Tra mare e campagna
Era una villa di campagna senza pretese, che veniva aperta una volta l’anno, arredata con mobili vecchi che profumavano di nonni mai conosciuti. Il giardino era incolto, pieno di sterpaglie e abbandonato da mesi; ci sarebbe voluto qualche giorno per renderlo praticabile. Da lì, però, si poteva vedere il mare.
In una Puglia contadina, in quella frazione non definita tra due comuni, convivevano vigneti, alberi di fichi, alberi di gelso, mandorli e oleandri, non disturbati dai telefoni, dal rumore delle macchine o dal frastuono della vita cittadina. Capitava di incrociare contadini in canotta e pantaloncini, con quella pelle scura quasi bruciata dal lavoro nei campi. Ti salutavano come se ti conoscessero da sempre, quasi a non volerti far sentire ospite nella loro terra. Potevi chiedere una cassetta d’uva appena colta e puntualmente loro te la portavano sulle spalle al tramonto prima di rincasare dal lavoro.
Mio padre in quel luogo si trasformava, o forse tornava indietro nel tempo: lo vedevo parlare con loro come se fossero dei suoi familiari che era contento di rivedere dopo molto tempo. Si dimenticava della sua giacca, della camicia e della cravatta e indossava gli stessi abiti di quei contadini. Anche io e le mie sorelle potevamo sentirci libere di stare tutto il giorno con il costume e gli zoccoli di legno; con quelle calzature così scomode ci eravamo abituate a fare di tutto, anche andare in bicicletta e sugli scogli. Mia madre invece no, lei era sempre bellissima e non rinunciava ai suoi orecchini e al suo profumo neanche in campagna pur dandosi sempre un gran da fare per noi e per la casa tanto da lamentarsi ogni estate che quella per lei non era una vacanza.
Ricordo ancora mio padre che si dilettava a rimediare tronchi e ferraglie varie per costruire tavoli e sedie, aggiustare biciclette e staccionate. Lo faceva in angoli nascosti, in solitudine. In quel modo si sentiva importante o, forse, riviveva un ricordo importante; io l’ho sempre pensato anche se lui non me lo ha mai detto.
Lavorava indisturbato per poco, però, solo finché mia madre non se ne accorgeva e non cominciava ad incalzarlo: “Franco che stai facendo? Basta, non è il tuo mestiere, ti puoi fare male con tutti quegli attrezzi arrugginiti!” Mia madre è sempre stata protettiva con lui, ma mio padre non si è mai fatto convincere e andava avanti a testa bassa facendo finta di non sentire; se poi non riusciva nel suo intento borbottava che era perché nessuno gli dava una mano e lui non aveva gli attrezzi giusti. Mia madre osservandolo all’opera si ingrugniva, cominciava a bofonchiare anch’essa da sola, a voce alta, mentre lo controllava da lontano, pronta a dirgli, se qualcosa fosse andato storto: “Ecco te lo avevo detto!” Ma lui in fondo sapeva che qualsiasi cosa gli fosse successa lei si sarebbe presa cura di lui come fa una dolce mamma con il suo bambino. Mia madre ha avuto sempre sotto controllo tutto e tutti e al suo amore per me, le mie due sorelle e mio padre non avrebbe mai potuto rinunciare.
Ecco, in quello spazio incontaminato, noi eravamo più uniti che mai perché, volenti o nolenti, eravamo tra noi, eravamo un Noi. Si è vero quel posto era anche un luogo di ritrovo, quasi sempre condiviso con nonni, zii e cugini, dove tutti i parenti arrivavano senza un preavviso, sempre a mani piene portando borse termiche e vivande del posto pronti ad imbandire un banchetto. Era un posto speciale per vivere emozioni: si cucinava insieme, si rimediavano tavoli e pianali di ogni tipo per sederci a tavola in più persone possibili. In quel posto nessuno era mai escluso e tutti potevano sedersi a mangiare senza preavviso perché la compagnia era sempre gradita.
In quel luogo tra mare e campagna non importava se c’era o no il sole! Ogni giornata aveva il suo valore. Ricordo quando arrivava la pioggia si sentiva quel forte odore di terra bagnata molto differente da quello del cemento cittadino: un profumo colorato di verde, di azzurro e di marrone. Era così buono che ci faceva uscire di corsa da casa con un secchiello per raccogliere lumache che da lì a breve sarebbero finite in quel vecchio pentolone per essere cucinate. Mio nonno era un campione nella raccolta delle lumache e dava a me il compito, da guardia carceraria, di controllare che non scappassero: come arrivavano in cima al secchiello dovevo ributtarle giù. Mia nonna invece rimaneva in casa perché a lei era affidata l’esecuzione finale. In quella campagna anche i gechi, i grilli e le cavallette ci tenevano compagnia e forse per questo non mi hanno mai fatto paura.
Quando poi splendeva il sole e c’era un pò di vento era l’odore del mare ad avere la meglio; le biciclette venivano abbandonate e si saliva tutti nella macchina di papà: zii, cugini, fin quanti riuscivamo a starci per andare a mare. Era una macchina rara, una Uno nera cabriolet, con cappotta bianca, rigorosamente senza aria condizionata. Il portabagagli veniva riempito di viveri e non solo, come se dovessimo rimanere fuori per giorni: c’erano i braccioli, le stuoine, la crema solare e il pettine, perché mamma, quando uscivamo dall’acqua, doveva essere pronta a spazzolarci i capelli impigliati dal sale; c’erano la maschera e le pinne di papà, per lui imprescindibili nonostante mia madre si lamentasse ogni volta perché occupavano uno spazio inutile nell’autovettura. C’era il piccolo coltello per aprire ricci e molluschi vari, c’era la rete da pesca, i costumi di ricambio; insomma non ricordo più come entrassero tutti quegli oggetti nel portabagagli di quella macchina! Dopo i tanti preparativi finalmente si partiva e si trascorreva tutto il giorno lì. Non riuscirei a quantificare il tempo che trascorrevamo in acqua a giocare e nuotare: credo uscissimo dall’acqua giusto per mangiare e digerire.
Al ritorno, nei sedili posteriori, noi cugini stavamo attaccati l’un l’altro grazie alla sabbia, il sale e il sudore che ci riportavamo sempre indietro nonostante gli accurati tentativi di ripulitura prima di entrare sull’auto. Ma si rideva, c’era chi giocava, chi cantava, chi litigava per la cassetta da mettere nella radio e chi come me, nonostante tutto, riusciva beata a dormire, coccolata dal profumo del mare ancora addosso e rinfrescata dai capelli e dal costume ancora umidi di quel bagno fatto al tramonto che non dà il tempo di asciugarsi. Sentivo in lontananza le loro voci ma non mi davano fastidio: la voglia di abbandonarmi e chiudere gli occhi era troppo forte. Anche quando le giornate volgevano al termine ero felice perché sapevo che l’indomani avrei ancora mangiato quel fico appena colto, seduta a terra sotto l’albero, avrei potuto prendere il martello per rompere il guscio delle mandorle aiutando mia sorella ancora piccola a mangiarle, avrei potuto ancora indossare quella brutta maglietta macchiata conservata appositamente per andare a raccogliere i gelsi, colorarmi le labbra con quel frutto come fosse un rossetto. Mi sarei sentita viva, partecipe di una storia che, anche se ancora sconosciuta, ormai mi apparteneva.
