Gilda


Gilda

Gilda aveva dieci anni quando subì un abuso. Non fu una cosa fisica. No. Fu una molestia subdola, vile. Aveva dieci anni e, agli inizi degli anni Sessanta, avere dieci anni significava essere una bimba, non una ragazzina.

Quella domenica mattina era rimasta sola in casa. La madre e la zia erano andate a Messa presto. «La colazione è pronta, sul tavolo della cucina! », era stato il loro saluto, « Mangia, e poi lavati e vestiti! Tra un’ora siamo di nuovo qui. Non aprire a nessuno! ». Poi il colpo secco della porta d’ingresso e due mandate di chiave.

Gilda si alzò poco dopo. La cucina era inondata di sole e la fetta di pane, burro e zucchero era accanto alla tazza del latte caldo. A inzupparla si formavano, nel latte, lievi rivoli di burro. E, addentandola, ai lati della bocca colavano gocce dolci e tiepide, tutte da leccare.

Aveva appena inghiottito un boccone che squillò il telefono, nella casa vuota. Gilda restò immobile. Non rispondeva mai lei, al telefono, lo facevano solo i grandi. Ci fu qualche minuto di silenzio. E poi i trilli ricominciarono insistenti.

Raggiunse l’ingresso. Il telefono era poggiato su una consolle di legno. Sollevò, incerta, la cornetta. “Pronto?”, le uscì un filino di voce. “Buongiorno, piccola. C’è il papà o la mamma?” “Mia mamma è vedova. Viviamo con zia”. “Oh mi spiace. E puoi passarmi qualcuno?” “No. Sono sola in casa.” “Ah bene, sei sola” “Richiami dopo, signore, grazie”, stava per mettere giù. “No aspetta, aspetta, non chiudere… vorrei parlare con te.” “Con… me?” “Sono un dottore, sai. E vorrei farti delle domande”.

Un dottore. Già. Il gioco del dottore. Che Gilda, poi, neanche lo conosceva quel gioco. E ne stava per cominciare uno, solo per lei, più crudele.

Le prime domande furono facili, come ti chiami, quanti anni hai, che classe frequenti. Poi un inaspettato: «Sei già ‘signorinà? ». Strana domanda, pensò Gilda, ma più strano il sottile cambio nel tono di voce di chi gliela poneva. « Non capisco, dottore…», e provò un certo disagio. «Hai già sviluppato? », insistette l’uomo. «Sviluppato cosa? » avrebbe voluto rispondere ma non lo fece, per educazione.

Rimase in silenzio ma ormai inquieta, senza capire perché. Il sapore di latte e zucchero in bocca le si stava asciugando, così come la saliva. Allora il dottore cominciò a spiegare. E a godere della sua preda. Con domande sempre più precise e più intime: se avesse mai notato che, se si fosse mai guardata, se si fosse mai toccata, se avesse mai provato a.

Gilda rispondeva a fatica dei flebili “no”. E cominciò a sentire freddo. La voce dell’interlocutore, melliflua e a tratti ansimante, incalzava a voler sapere particolari del suo corpo, a invitarla a sperimentare, a descrivere come fare e cosa fare.

Si guardò allo specchio che era sopra la consolle. Aveva le guance rosso fuoco. E quella voce roca non la mollava, la immobilizzava, come in un vero stupro. Gilda non riusciva più a muovere un muscolo, nè a gettare la cornetta sul quel duro telefono di bachelite. Riusciva solo a inspirare ed espirare aria dalla bocca, e a sentire che avrebbe voluto tanto piangere ma che gli occhi le restavano secchi.

Poi il respiro del dottore, dopo un apice di affanno, si calmò. E con poche insensate parole, lui chiuse la telefonata. Allora, lentamente, anche lei riuscì a posare il ricevitore. E cominciò a tremare. Un tremore sempre più forte, alle mani, alle braccia, alle gambe.

In questo stato la ritrovarono la mamma e la zia. Si allarmarono naturalmente e le chiesero che cosa era successo. Gilda, piangendo, a parole mozze, raccontò della telefonata. Le due donne capirono. Ma l’unica cosa che seppero dirle fu di vestirsi, e di andare dritta in chiesa a confessarsi. Subito.

A confessarsi. Gilda obbedì. E poco dopo era per strada, a percorrere da sola il brevissimo tragitto che la separava dalla chiesa. Guardava le sue scarpette della domenica, di vernice nera, che avanzavano, un passo dopo l’altro, sul marciapiede. Lei invece si sentiva senza più gambe, né corpo.

Doveva confessarsi. Ma per che cosa? Per pulire l’anima, no? Sì questo lo capiva, aveva bisogno di togliersi di dosso quella voce penetrante e viscida.

Alle dieci, c’era la messa dei bambini. E lei si mise in fila al confessionale. Man mano che si avvicinava il suo turno, la paura la attanagliò di nuovo. E si trovò in ginocchio, dietro una fitta grata, di nuovo a contatto con una voce maschile, di nuovo di fronte a un uomo senza volto. Per raccontare qualcosa di cui non aveva neanche capito il senso, ma che l’aveva fatta sentire sporca.

Non riuscì a cogliere nemmeno una parola di quanto le disse il prete. Perché stava piangendo. Lui le diede l’assoluzione. Ego te absolvo. Per il potere conferitomi da Dio , io ti sciolgo… E in fretta Gilda andò a prendersi l’ostia.

Un pezzetto di pane, in fondo. Meno buono di quello che aveva lasciato a metà davanti alla tazza di latte. Ma molto più potente. Quel pezzetto di pane sacro le tolse il dolore e fece fluire tutto. Pazzesco. Tutto.

I credenti la chiamano Grazia. Freud lo chiama rimozione del trauma. Gilda non diede un nome alla cosa. Ma salendo le scale di casa sentì il profumo del ragù e, all’improvviso, ebbe fame.

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