Pioggia


Pioggia

Era sera. Le prime avvisaglie di pioggia furono goccioline impalpabili e distanziate.
Omar spostò i suoi cartoni e li appoggiò, in verticale, in una rientranza sulla facciata dell’edificio.
Lasciò nella nicchia anche il suo ingombrante sacco. Poi si avviò verso il negozio di pizza al taglio, l’unico ancora aperto sulla strada.
«Stasera dicono brutta tempesta! » gli disse Karim, il pizzaiolo arabo, indaffarato a pulire le ultime grandi teglie di ghisa « Già incartato per te, amico, i pezzi rimasti…».
Gli mise il pacchetto in mano.
Lui ringraziò e uscì dal negozio.
Le gocce, ancora leggere, si erano moltiplicate e scendevano ora come un plotone ordinato, silenzioso, coprendo, con un velo puntinato, tutto il manto stradale.
Pochi passi e potè accovacciarsi nel suo stretto rifugio. Scartò la pizza e ne addentò un pezzo con le patate. Era seduto a terra, ma i piedi, nei sandali logori, sporgevano fuori dall’incavo, e l’acqua li solleticava.
Il vento, intanto, aveva preso ad agitare le chiome degli alberi, lungo il viale, e a sollevare il fogliame caduto a terra.
In pochi secondi, la pioggia s’ingrossò e divenne rumorosa.
Ora batteva fitta, sulle saracinesche e sulle vetrine dei negozi, penetrando fra le grate; percuoteva con forza i tetti delle macchine, e poi, veloce, rimbalzava a terra, formando rivoli e lasciandosi inghiottire dai tombini.
Omar tirò fuori dal suo sacco un largo pezzo di tela cerata. Si rannicchiò in quel minuscolo abitacolo, in posizione fetale, e si coprì completamente con quella che, forse, un tempo era stata una tenda da campo.
I cartoni, che aveva messo a mo’ di materasso, avevano assorbito acqua dal marciapiede e l’odore dell’asfalto bagnato cominciava a mescolarsi con quello dei suoi luridi panni.

Poco dopo, avvertì il rombo dei tuoni, in lontananza. La voce cupa del cielo, che sempre lo agitava. Allora provò a girarsi, e ad appoggiare la fronte contro la parete interna della nicchia, come a trovare protezione nella durezza di quel muro.
Sentiva penetrare, dai punti lisi della tela, schizzi d’acqua, affilati come coltelli; erano gocce gelide che poi gli colavano sui capelli, sul collo, e giù lungo la schiena.
All’improvviso, fu accecato da un bagliore elettrico. Un fulmine, molto vicino. E subito dopo, l’esplosione violenta, terrificante, di un tuono, le sirene impazzite delle macchine, le imposte di qualche di finestra che sbattevano furiose.
Serrò le mascelle. Le ossa gli dolevano. E quel putiferio continuava: ancora raffiche di vento, ancora lampi, e deflagrazioni.
Fu così, per ore.
Ma lui… lui non era più lì.
Era sotto altre bombe e altre macerie, udiva altre grida nascere dal suono assordante degli antifurti, e si sentiva umido, non più di acqua, ma di sangue. Quei bagliori improvvisi, poi, erano case, colpite dal cielo, che prendevano fuoco.
Nessuna via di fuga, solo attesa e terrore che quell’unico muro rimasto a protezione, potesse crollare.
Così, per un tempo infinito.

Poi, lentamente, gli imponenti cumuli che avevano dominato il cielo per tutta la notte, si spostarono. Qualche saetta ancora provava a danzare tra i nembi, ma molto in alto, a chilometri di distanza. E i tuoni divennero radi e sommessi.
Ci fu, ancora per un po’, una pioggia a chiazze, meno intensa. Poi restò solo la coltre dell’umidità ad avvolgere tutto, strade, alberi e palazzi. Albeggiava. Era finita. Era tornato il silenzio.

E c’era silenzio, anche per Omar, dopo l’infernale attacco. Ma per lui non era finita.
Ora lui doveva cercare tra quei detriti, tra quei rottami, tra le colonne di fumo. Doveva cercarla.
Con i muscoli indolenziti, con i crampi alle mani, continuò a scavare e trovò dapprima Nia, la bambola, poi un sandaletto, e poi sentì un gemito. Con uno spasimo estremo, spostò una lastra di marmo e la vide: era lei, viva sotto le macerie, la sua piccola Fatma, che piangeva con le manine protese verso di lui.

Poco dopo una pattuglia della polizia municipale si fermò, lì davanti. Due agenti scesero dall’auto e si avvicinarono a ispezionare l’involucro informe che giaceva a terra. «Io lo conosco», disse uno dei, sollevando il telo, «è un senzatetto che gira nel quartiere. Chiamiamo subito il 118! »
«Poveraccio», aggiunse l’altro, « la tempesta di stanotte se l’è presa tutta! »
Sfinito, Omar era avvinghiato al suo sacco. In un abbraccio.

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