La sala d’attesa
Andai in ospedale di mattina presto, quando il cielo ha ancora quella sfumatura incerta tra il blu e il grigio che appartiene solo alle prime ore.
Dopo il tampone Covid entrai nella sala d’attesa per fare l’emocromo, necessario prima della biopsia.
Lì dentro il tempo sembrava trattenere il respiro.
Accanto a me c’erano due donne. Aspettavano le loro dosi di chemioterapia.
Una era più grande, l’altra più giovane, ma parlavano tra loro come se fossero amiche di una vita intera. Raccontavano con naturalezza dove il male le aveva colpite e quali cure avrebbero fatto.
“Io ho due chemio,” diceva la più grande. “Prima quattro rosse e poi la bianca.”
L’altra rispondeva: “A me hanno tolto i seni… adesso devo fare due bianche e poi la cura ormonale.”
Ne parlavano come se fossero sedute dal parrucchiere a scegliere un’acconciatura nuova. Una leggerezza sorprendente, una forza che ti entrava dentro piano, senza avvisare.
Provavano a coinvolgermi, a farmi entrare nella loro conversazione, ma io restavo muta. Sorridevo soltanto, incantata dalla loro serenità.
Mi chiamarono per l’analisi del sangue. Un’infermiera giovane mi venne incontro con un’energia tenera e gioiosa. Mi parlava come si fa con una bambina alla prima puntura, con una dolcezza che quasi mi spiazzava.
Mentre preparava il prelievo raccontava ridendo quanto soffrisse quando saltava la colazione:
“A me piace talmente tanto il latte che dovrei comprarmi una mucca solo per me!”
Mi fece ridere, e nel tempo di quel sorriso mi fece il prelievo con la stessa delicatezza con cui aveva parlato. Poi mi riaccompagnò nella sala d’attesa.
Nel frattempo era arrivata una terza donna. Ora parlava lei. Raccontava che il suo tumore era nato al seno e ora era passato alla gamba. Lo diceva con una calma che spiazzava. Poi si voltò verso di me e mi disse:
“Quanto sei bella. Qui non bisogna avere paura, perché chi sorride e lotta, credendoci, alla fine guarisce.”
Io continuavo a non parlare. Sorridevo soltanto. Più il tempo passava, più quella sala d’attesa si trasformava in un’isola felice. Felice perché lì dentro ci si autodeterminava, si capiva quanto fosse bella e preziosa la vita, quanta voglia ci fosse di viverla davvero.
Mi chiamarono di nuovo. Mi prepararono con camice, cuffia e copriscarpe e mi adagiarono su una barella. Arrivarono due OSS che scherzavano tra loro. Una rideva del fatto che non riusciva mai a stare zitta.
“Lo so che sono una chiacchierona, però faccio ridere tutti, no?”
Aveva ragione: dove passava lei arrivava il sole. Aveva una battuta pronta per medici, infermieri, pazienti. Si capiva perfettamente quanto fosse preziosa la sua presenza in quel posto, pur nella semplicità della sua mansione. Nessuno poteva fare a meno della sua voce allegra.
A me disse:
“Ti porto dai dottori giovani e belli! Appena arriviamo giù chiedo chi c’è, poi ti dico.”
Mantenne la promessa. Durante il tragitto riuscì a raccontarmi tutta la sua vita, piena di sofferenze e ferite, eppure narrata con un sorriso che non si spegneva mai.
Arrivammo alla sala della biopsia. Si affacciò e chiese:
“Chi c’è oggi?”
Poi si voltò verso di me, complice:
“Ecco, c’è Leonardo. È giovane e pure bello.”
Mi fece ridere, ancora una volta, e tutta la tensione che avevo addosso sembrò sciogliersi.
Entrai. Il medico era davvero gentile. Mi parlò con calma, mi spiegò ogni gesto, ogni passaggio. Le quattro punture non furono piacevoli, ma la sua delicatezza le rese affrontabili. Lo ringraziai e mi riportarono sopra, nella grande sala delle terapie.
Lì non la chiamavano “chemio”: la chiamavano “terapia”.
Io ero stesa su una barella, separata da un paravento. Dalle fessure, nonostante il mal di testa e la stanchezza, vedevo tutto.
Persone sedute su poltrone, alcune che leggevano, altre che ascoltavano musica. Infermiere e OSS che passavano avanti e indietro scherzando tra loro. In quella stanza non c’era paura: c’era determinazione. C’era vita.
Osservai tutto per due ore. A tratti dormivo, poi mi svegliavo e tornavo a guardare quei movimenti, quei sorrisi, quella forza che mi circondava.
Pensai che fuori da quell’ospedale avrei ritrovato i soliti volti preoccupati di persone che, come me, spesso, danno troppo peso a cose che non lo meritano.
Lì dentro invece la vita aveva un sapore diverso. Più vero.
Quando mi dissero che potevo andare, salutai tutti con affetto.
Quella mattina, degli sconosciuti, di cui ormai conoscevo anche i nomi, non erano più estranei.
Li avevo sentiti vicini, come se li conoscessi da sempre.
