La carezza prima della fuga
Quella mattina l’anziana signora entrò nel bar con passo lento. Lo scalino all’ingresso le sembrò più alto del solito e per un attimo esitò. Un ragazzo, seduto poco distante, si alzò senza dire una parola e le tese la mano. La aiutò a salire con delicatezza, come se quel gesto fosse la cosa più naturale del mondo.
Lei lo guardò. Non seppe dire perché, ma rimase colpita dai suoi occhi. Li fissò più del necessario, senza un vero motivo. Erano magnetici, buoni. Eppure era evidente che quel giovane non stava bene: i vestiti consumati, il volto stanco, l’aria di chi aveva poco, forse niente. Un disagiato, avrebbe detto qualcuno. Povero, di sicuro.
Per ringraziarlo, l’anziana gli offrì la colazione. Il ragazzo accettò con un cenno del capo, senza troppa confidenza. Fu gentile, educato, ma distante. E questo, in fondo, contava più di mille parole. Lei lo salutò uscendo dal bar, portandosi dietro quella sensazione strana, come se quello sguardo avesse lasciato un segno.
La signora viveva da sola, in un appartamento al primo piano terrazzato. Era rientrata da pochi giorni dall’ospedale. Non era stata bene e, durante alcune notti di febbre alta, aveva avuto delle allucinazioni. Volti, voci, presenze. Ora però era finalmente a casa sua e si sentiva al sicuro.
Quella sera si mise a letto presto. Il corpo era stanco. A un certo punto, però, dei rumori la svegliarono. Aprì gli occhi e si trovò davanti tre uomini incappucciati, fermi nella sua stanza.
Il cuore le batteva forte. Erano ladri o erano di nuovo le allucinazioni?
L’unico modo per saperlo era chiedere.
Si fece coraggio e disse:
«Siete veri o vi sto immaginando?»
Uno di loro rispose subito:
«Siamo veri, signora. Veri ladri.»
«Io non ho un soldo», disse lei con voce tremante. «Che siete venuti a fare? E da dove siete entrati?»
L’uomo più vicino al letto spiegò:
«Se si lascia la chiave attaccata alle inferriate del balcone, noi entriamo.»
La signora lo guardò negli occhi. Era l’unica cosa che riusciva a vedere sotto il passamontagna. Le sembrarono gli stessi occhi del ragazzo del bar. Magnetici. Buoni. Ma non chiese nulla.
All’improvviso iniziò a sentirsi male. Il respiro si fece corto, le mani tremavano. Disse:
«Prendete quello che volete, ma senza rompere niente e senza mettere disordine. Poi andate via.»
Era evidente che non stava bene. L’uomo dagli occhi familiari si avvicinò ancora e chiese:
«Signora, posso darle qualcosa?»
Lei indicò il comodino, le pasticche appoggiate sopra. Uno dei compagni andò a prendere un bicchiere d’acqua e si assicurarono che riuscisse a prendere la medicina. Il terzo uomo intanto cercava per casa: forse oro, forse soldi. Ma la signora aveva poco. Presero giusto qualcosina.
Anche quell’uomo, tornando nella stanza, la riconobbe. Si capiva da come la guardava, evitando i suoi occhi. Poi si sedette accanto a lei e le prese la mano, tenendola così finché non si fu calmata.
Prima di andarsene, lei disse:
«Quando uscite, fatelo dalla porta di casa, non dalla finestra. Se no vi fate male.»
Un ultimo sguardo. La casa era in ordine. Un piccolo pacchetto da portare via per i ladri. E una carezza sulla testa della signora, data dall’uomo dagli occhi magnetici, prima che lui e i suoi compari sparissero nel silenzio.
L’anziana non riuscì più a dormire quella notte. Ma sapeva che avrebbe chiamato la polizia più tardi.
Doveva concedere loro il tempo di allontanarsi.

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