Io e la regina
Ero arrivata al punto di non distinguere il giorno dalla notte, rinchiusa in quel negozio che pian piano diventava la mia prigione.
Mi svegliavo alle sette di mattina perché alle otto e mezza dovevo stare alla fermata dell’autobus in tenuta perfetta per andare al lavoro: i miei vestiti erano quasi una “divisa” per la minima libertà di scelta: la mia persona doveva incarnare l’immagine dell’azienda nel miglior modo possibile, i miei capelli dovevano essere sempre puliti e ben stirati, dovevo truccarmi il viso e curare le mani facendo attenzione a ogni minimo particolare.
Mi vedevano bella, con un fisico asciutto e non passavo inosservata mai anche se a me non è mai piaciuto stare sotto i riflettori.
Quell’aspetto però non rispecchiava la mia vera natura, eppure io stavo diventando quella persona così lontana da me.
Ogni mattina dopo aver preso due autobus e camminato per mezzo chilometro arrivavo nel mio luogo di lavoro che si trovava in pieno centro a Roma, dove passeggiavano più stranieri che italiani. Non mi guardavo molto attorno, camminavo a testa bassa assorta nei miei pensieri: serbavo in me tante ambizioni e tante aspettative!
Le persone mi dicevano: “Che bello, lavori in centro!”, quasi a convincermi di quanto fossi fortunata.
Ho iniziato a lavorare nel più piccolo dei due punti vendita di un’importante catena allora aperti in pieno centro storico; il negozio era situato in via del Corso all’ angolo con via dei Condotti.
Era il periodo di Natale. Il mio capo era in maternità, ma l’avevo, però, conosciuta nel nostro primo colloquio durante il quale mi preannunciò che sarebbe ritornata al lavoro di lì a un paio di mesi.
Quel nostro primo incontro fu premonitore di ciò che sarebbe accaduto negli anni a venire ma io allora non me ne resi conto.
Mi aveva dato appuntamento, per telefono, al primo pomeriggio ma la giornata era partita malissimo: il cielo era nero, c’era un fortissimo temporale e tra lampi e tuoni era programmato anche lo sciopero dei mezzi pubblici. Non avrei mai potuto accettare di non essere riuscita ad arrivare al colloquio!
Non potendo arrivare lì in macchina decisi, per stare tranquilla, di uscire da casa tre ore prima dell’appuntamento fissato perché qualche autobus sarebbe comunque passato, perché non tutti i dipendenti Cotral avrebbero aderito allo sciopero.
Sottovalutai però la tempesta climatica che aveva completamente allagato e bloccato strade e congestionato oltremodo il traffico.
Ormai ero in corsa e dovevo arrivare a tutti i costi! Ci riuscii e, nonostante la situazione catastrofica, arrivai con soli dieci minuti di ritardo.
Fui l’unica tra i vari candidati ad arrivare al colloquio e sicuramente già questo non lasciò indifferenti i miei futuri datori di lavoro. Ancora una volta il destino aveva fatto la sua parte!
Nel tragitto mi bagnai completamente, tanto scendeva forte la pioggia. Anche il mio ombrello, per il vento, mi abbandonò a pochi minuti dall’arrivo. Tremavo come una foglia dal freddo e trovai rifugio nel bagno di un bar lì vicino per cercare di rendermi il più presentabile possibile. Non sentivo il bisogno di un caffè ma ne ordinai uno per farmi dare le chiavi del bagno che in quel momento rappresentava la mia salvezza.
“Mannaggia a me!”, pensai, “Perché come tutte le donne non mi porto in borsa uno specchietto, un pettine, un rossetto per potermi sistemare in caso di evenienza?!”
Non mi persi d’animo, mandai via dai vestiti più acqua possibile, lucidai le scarpe con un pò di carta, con le dita rimossi il trucco colato dagli occhi e sistemai i capelli facendo diventare l’effetto bagnato il mio stile. Alla fine, mi sentii meglio con me stessa!
Nonostante tutto ce l’avevo fatta e mi trovai lì di fronte a Lei con solo un ritardo di dieci minuti
Parlammo a lungo e Lei esaminò minuziosamente la mia persona con aria severa e inquisitoria, mostrandosi come una donna molto determinata e forte.
Voleva formare una bella squadra di lavoro, almeno così mi disse. Avrei cominciato in prova affiancata da altre sette ragazze che lavoravano già lì.
Non c’era una store manager: avrebbe decretato lei al suo ritorno chi sarebbe stata la prescelta.
Il primo giorno trovai il gruppo ad aspettarmi; mi misero rinchiusa tutto il tempo in magazzino per mettere in ordine e passare gli articoli che fossero serviti loro per la vendita.
Non mi scoraggiai anche se ebbi la sfortuna di iniziare il mio lavoro con trentotto di febbre! Il naso mi colava e facevo fatica a leggere i codici sui prodotti ma non avrei mollato al primo giorno di lavoro e avrei preso quella mansione come un’opportunità per conoscere a fondo la collezione e osservare da dietro le quinte il loro modo di lavorare e capire il metodo di lavoro vincente per quel prodotto merceologico e quel punto vendita.
Ogni tanto qualcuno dal piano di sotto mi citofonava per chiedermi qualcosa pretendendo la massima celerità nella consegna. L’obiettivo delle colleghe era chiaro: volevano farmi sentire inadeguata nel mio primo giorno di lavoro in periodo natalizio. Era chiaro non erano preoccupate per me!
Passavano i giorni e io continuavano a lavorare sodo e senza dire niente, nonostante tra noi colleghe ci fosse una collaborazione finta: ognuna di noi aveva lo stesso obiettivo e tentava di raggiungerlo in modo diverso. Da due delle colleghe in particolare dovevo guardarmi: facevano i peggiori “sgambetti”per farti cadere, erano disposte a tutto pur di metterti in cattiva luce e io, evidentemente la più temuta, ero il loro bersaglio naturale. Credo le facessi proprio arrabbiare perché speravano sempre in una mia risposta o reazione fuori luogo alle loro angherie: sarebbe stato più facile per loro riferire a lei qualche mia mancanza. Non ci riuscivano perché io avevo capito il loro gioco e continuavo a lavorare con il massimo impegno e serietà, senza alleati, in solitudine.
Mi risuonavano in testa le parole del mio capo al colloquio: “Se vuoi fare la store manager devi scegliere la solitudine”. Era imperativa nel dirlo e la professava come scelta di vita imprescindibile. Feci così e non mi fu difficile in quell’ambiente così ostico: le vedevo sempre sghignazzare e ridere tra loro collaborando nell’intento di annientare le colleghe.
I giorni passavano e io continuavo a lavorare e prepararmi per raggiungere il mio obiettivo: diventare store manager.
Non riuscendomi a screditare sul lavoro iniziarono anche a cercare di allearsi con me fingendo di essere mie amiche. Non avevano capito di che pasta ero fatta: le rispettavo ma continuavo dritta per la mia strada.
Dopo due mesi di lavoro straziante in un ambiente ostile tornò lei, la “Regina” di tutti e due gli store, che presto sarebbero diventati tre; e questo certo non le era indifferente. Stavano aprendo il punto vendita più importante del marchio di cui lei sarebbe stata l’area manager. Finalmente ci conoscemmo di persona e io ero contenta di questo a differenza delle mie colleghe che la descrivevano come una strega di cui aver paura, nonostante appena la videro al rientro la accolsero con finto entusiasmo.
Da lì iniziò la mia avventura. Ci conoscemmo meglio e capii che certo non era una persona facile ma io lavoravo sodo e non avevo nulla da temere, non aveva da contestare nulla del mio operato.
I giorni passavano, il più grande punto vendita stava per essere aperto e spesso ci convocava in riunioni organizzative perché da lì a breve sarebbe entrata altra forza lavoro da formare e ci saremmo divise in tre gruppi: negozio Corso 2, il più piccolo e il primo aperto, negozio Corso 1 vicino piazza Venezia e negozio Corso 3 il più grande punto vendita d’Italia. Ancora non sapevamo a chi li avrebbe affidati e le mie due colleghe nemiche si facevano sempre più agguerrite: in riunione cercavano ogni pretesto per screditarmi. Non avevo problemi a dimostrare la mia onestà e la mia correttezza operativa ma quella loro cattiveria diventò insopportabile. Na parlai con la “Regina” e le dissi a chiare lettere, sempre con molto rispetto, che, se poi era lei che non mi reputava adeguata, allora avrei tolto subito il disturbo!
Mi disse di non dare importanza a queste parole dette in riunione perché’ lei apprezzava il mio lavoro e non avrebbe mai accettato le mie dimissioni. Mi chiese di tenere duro perché da lì a breve ci saremmo divise nei tre punti vendita. Avevo capito che le due rivali e io eravamo le prescelte per l’incarico di store manager. Mi rassicurai perché io ascoltavo solo lei.
Arrivò l’apertura del terzo negozio e ci convocò in riunione per dislocarci nei vari punti vendita. A me assegnò il piccolo e in un primo momento ci rimasi male sperando mi affidasse quello più grande. Capii presto però che il suo in realtà fu un atto di fiducia molto grande perché era quello in cui si aveva più autonomia e in cui il ruolo della store manager era più importante.
Mi sentii lusingata e cominciai ad occuparmi di quel negozio come se fosse il mio. Mi formai un bel gruppo di lavoro di sette persone.
Tutte le mie colleghe erano contente di stare nella mia squadra: con me lavoravano serene perché con loro ero diretta e sincera, le spronavo a dare il meglio e nel mio gruppo di lavoro non c’era competizione ma solo collaborazione.
La “Regina” apprezzava il mio lavoro ma le altre due streghe, ancora in competizione con me, le raccontavano che io ero troppo buona con le ragazze, che davo turni che facevano comodo a loro, insomma tutte cose che sapevano l’avrebbero mandata fuori di senno. Lei era così: voleva che tra noi non solo non ci fossero rapporti cordiali ma piuttosto che ci fosse un brutto rapporto. Le ragazze dovevano temermi e io sarei dovuta andare a spifferare a lei qualunque cosa sul loro conto.
Nel tragitto per andare al lavoro dovevo percorrere una strada alternativa per non incontrare nessuno: lei non avrebbe gradito vedermi con una qualunque delle ragazze a chiacchierare facendo la strada insieme prima o dopo il turno; figuriamoci a prendere un caffè insieme se fossimo arrivate presto.
La cosa mi imbarazzava molto con le ragazze che non ne sapevano niente ma io dovevo attenermi alle regole. La “Regina” però notava la differenza tra me e le due streghe e così cominciò a cambiare continuamente alle ragazze il gruppo di lavoro perché non dovevano aver modo di diventare amiche, e noi store manager non ci saremmo mai dovute prendere a cuore le situazioni personali.
Le giornate diventavano sempre più grigie e quando lei veniva nel punto vendita con aria inquisitoria incuteva timore in tutti perché trovava sempre il modo di umiliarci e farci sentire inappropriate solo per il gusto di far prevalere il suo ruolo; ci puniva aumentando il lavoro fuori dai limiti della normalità: troppe colleghe ho visto piangere, troppe colleghe ho visto andar via, ma io dovevo tenere duro, avevo bisogno di lavorare perché stavo per sposarmi e speravo, con la mia professionalità, di farle cambiare idea.
Lei, però, continuava imperterrita, sempre più cattiva e minacciosa.
Il mio cuore pian piano si stava indurendo: per sopravvivere in quella situazione avrei dovuto convincermi che quello suo era il modo giusto di agire. La stimavo e credevo che nel suo lavoro fosse la più competente. Con lei saremmo diventate perfette e questo costava un sacrificio che in quel momento credevo fossi disposta ad accettare.
Proprio mentre mi stavo trasformando in lei, una delle due streghe rimase incinta: la “Regina”, in preda allo sgomento non poteva accettarlo!
E pensare che era una mamma!
Mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che avrei preso il posto della mia collega nel negozio vicino piazza Venezia perché nel mio negozio c’era una persona da me ben formata che avrebbe potuto prendere il mio posto.
Accettai quel trasferimento come una missione e per me fu stimolante inserirmi in una nuova realtà.
La “Regina” pian piano cominciò a fidarsi di me, forse perché, senza rendermene conto, stavo diventando come lei.
Un giorno, in negozio, dopo due anni che lavoravo con lei mi disse: “Perché mi dai ancora del lei? Ora puoi darmi del tu”. In quel momento mi sentii felice e fu come una conferma della sua stima nei miei confronti.
Rimasi nel negozio di Corso 1 finché la collega non rientrò dalla maternità, poi ritornai nel mio primo negozio ma solo per poco: stava per avvenire l’”irreparabile”.
La store manager del Corso 3, il più grande, quello che ospitava l’ufficio della “regina”, comunica di essere incinta.
Eccomi di nuovo al suo nuovo sgambetto nei miei confronti: la maternità dal nostro capo non è ben accettata e in una delle riunioni ci aveva avvertito: “Sappiate bene che dovete mettervi d’accordo per diventare mamme!”
Appunto: al rientro dalla maternità della prima collega sarebbe dovuto toccare a me e questo lo sapevano tutti. Ero la più grande ed ero sposata ormai da quattro anni aspettando il rientro della prima. Le cose non erano andate come previsto e qualcuna aveva deciso di prendere il mio posto.
In quel momento mi sentii crollare il mondo addosso e solo io so quanto piansi. Asciugate le lacrime, però, alzai la testa e mi rimisi in carreggiata. Per la “Regina” ormai ero diventata la sua ancora di salvezza e io, ormai fuori di me, mi sentivo onorata di questo. Ero diventata il suo braccio destro assoluto!
Certo non per questo ebbe mai un occhio di riguardo per me, anzi; io, però, mi sentivo importante. Forse dovevo trovare nuovamente il modo con me stessa di accettare una situazione troppo brutta; mi stavo innamorando del mio carnefice ma di questo ancora non potevo rendermi conto.
Le responsabilità crescevano sempre di più e a ventinove anni dirigevo un gruppo di lavoro di diciannove persone. La “Regina” aveva l’ufficio all’interno del negozio e lavorava come in una cabina di regia: ci seguiva con le telecamere sulla scrivania e se aveva qualcosa da dire su qualcuno mi parlava attraverso delle cuffiette che ero costretta ad indossare per essere sempre in collegamento con lei. Il negozio era grande e su due piani, se qualcuno lontano dalla mia vista faceva qualcosa di sbagliato lei mi avvisava e io correvo in spedizione punitiva.
La situazione diventava sempre più pesante. Ricordo che riuscivo ad andare in pausa pranzo circa alle cinque del pomeriggio perché prima di me dovevano andare gli altri colleghi e io ero sempre indispensabile, almeno questo era quello che mi faceva credere! Alle cinque quando mi dava l’ok per andare in pausa mi diceva: “Prenditi una cosa da mangiare al volo e rientra sennò queste fanno come gli pare!”
Non mi potevo permettere che questo accadesse perché poi l’avrei scontata io che avevo la colpa di essere andata a mangiare. Il tempo della pausa ero lo stretto indispensabile dunque uscivo, mi fumavo una sigaretta, telefonavo a mio marito che poteva sentirmi solo per quei due minuti al giorno, mi bevevo un cappuccino e mi riavviavo in negozio fumando un’altra sigaretta. Non avevo tempo di mangiare qualcosa di più sostanzioso e lo stomaco a quell’ora mi si era ormai chiuso. Mi ero abituata così: tra l’una e le tre sentivo lo stimolo della fame ma poi mi passava e arrivava il mal di testa fino al mio cappuccino che mi calmava e mi faceva ripartire.
Ricordo che ero contenta dopo la mia pausa perché mi mancavano solo due ore e mezza di lavoro e sarei tornata a casa. Dopotutto prima di arrivare a quella pausa erano passate sette ore e quindi il grosso era fatto.
Le giornate passavano così ed io diventavo sempre più cattiva e sempre più uguale a lei: anche le ragazze mi tenevano lontana e cominciavano a temermi e non fidarsi di me.
Stava arrivando il momento del rientro dalla maternità della seconda strega e io avvisai mio marito, che non aspettava altro, che da lì a breve avremmo potuto provare ad avere un bambino perché anche il mio capo ne era consapevole e non mandava segnali di preoccupazione o rabbia per questo.
Ero pronta anche se fisicamente ero uno straccio: avevo perso tanto peso, mangiavo poco e male, ero stressata, stanca; spesso avevo la tachicardia per l’agitazione e quindi ero convinta che ci avrei messo un pò a rimanere incinta. Mi sbagliavo e rimasi incinta
subito! Lo scoprii a otto settimane di gravidanza perché non volevo fare il test: un pò non ci credevo, un pò avevo paura di quanto già prevedevo.
Mio marito mi costrinse a farlo, il test: ormai mi venivano i giramenti di testa e il mio corpo si stava modificando. Lo ascoltai e feci il test: dopo cinque anni di attesa, finalmente aspettavo un bambino!
Avevo paura ma dovevo subito dirlo a lei.
La mattina entrai in negozio e aspettai il suo arrivo. Le chiesi mentre eravamo sole di poterle parlare. Lei si voltò verso di me e guardandomi con aria minacciosa: “Sei incinta?!”, mi chiese. Io annuii senza parlare perché quel suo sguardo crudele mi lasciò senza parole. Mi sentii agghiacciata.
Mi girò le spalle e fece per andarsene in ufficio. Io da dietro la chiamai e le dissi sperando di farla ragionare: “Non mi fai gli auguri?” e lei senza neanche voltarsi del tutto mi disse: Capisci che questo è un danno?!”
Da quel momento ero nuovamente cambiata, come se il mio essere mamma mi avesse già trasformata.
Non mi importava più niente di quello che mi diceva: io non avrei messo mio figlio al secondo posto. Mai. Mi sentivo ferita, quasi tradita da una persona alla quale pensavo di voler bene, convinta che anche lei avesse cominciato a volermene, anche se a modo suo. Non si mise pena nel dirmi: “Prendi la borsa e vattene: sei in maternità”.
Le dissi che volevo continuare ad aiutarla per quello che avrei potuto ma io per lei ero morta: ormai non mi guardava neanche in faccia!
Allora capii tutto: mio figlio era il miracolo che mi tirava fuori da una situazione che mi stava facendo ammalare. Mio figlio mi aveva salvato la vita!
