Amore e onore


Amore e onore

Isabella Ferri era nata in una casa dove le donne imparavano presto a tacere.

Ricordava chiaramente il giorno in cui le fu annunciato che sarebbe stata promessa in sposa. Aveva diciassette anni e indossava una gonna di lana grezza color nocciola, rattoppata sull’orlo.

La madre la fece sedere vicino al focolare e suo padre parlò per primo.

Le parlò di Ludovico Malvezzi un uomo rispettabile, vedovo e senza figli, proprietario di campi e granai.

La sua dote era stata accettata. Doveva ritenersi fortunata, ma non lo credeva affatto!

Non disse nulla.

Sapeva di non avere scelta. Neanche le sue sorelle, sposate prima di lei, l’avevano avuta.

Era stata data in sposa: il matrimonio non era amore, ma alleanza; non era desiderio ma dovere.

Avrebbe avuto una veste nuova per le nozze, di lino chiara, e una cuffietta ricamata.

Questo doveva bastarle.

Eppure, Isabella amava già Carlo.

Lo conosceva da quando portava ancora le trecce. Figlio del mugnaio, odorava sempre di farina e di fiume.

Non abbassava mai gli occhi quando la vedeva passare, come invece facevano gli altri uomini. Quando parlava, Isabella sentiva che il mondo potesse essere diverso.

Si incontravano la domenica, dopo la messa, fingendo di non guardarsi mentre il parroco parlava di obbedienza e peccato.

Sapevano che il loro amore era una colpa, ma non riuscivano a farne a meno.

Dopo la promessa di matrimonio, Isabella cercò di allontanarsi. Si coprii di scialli scuri e camminò con lo sguardo basso, come una donna onesta.

Presto capii che che l’onestà, senza amore, era una gabbia.

Una sera Carlo la cercò e la trovò vicino all’argine del fiume. Le disse che non poteva lasciarla andare. Isabella pianse e lo amò ancora di più.

Si videro di nascosto sempre con la paura che gli scorreva nelle vene.

L’ultima volta s’incontrarono in una casa abbandonata oltre i campi, dove un tempo vivevano dei mezzadri.

Le finestre erano senza vetri e il pavimento era coperto di polvere accumulata in anni di silenzio.

Isabella indossava una veste semplice, senza colori. Carlo le prese le mani e le promise che l’ avrebbe portata via con sè.

Non gli credette, ma si lasciò andare al suo abbraccio e al suo bacio. In quelle braccia e su quelle labbra c’era la vita che avrebbe voluto, e che non le sarebbe mai appartenuta.

Non sentirono arrivare Ludovico.

Quando lo vidiro sulla soglia, con il mantello scuro e il volto immobile, capirono che era finita. Non urlò. Non disse una parola. In quel silenzio, ascoltò il rumore della sua condanna.

Quella notte fu suo fratello a riportarla a casa.

Le tolsero i lacci della veste e la cuffia dai capelli. Sua madre pianse in silenzio. Suo padre non la guardò mai. Il parroco venne a pregare, ma le sue parole non erano per lei: erano per ristabilire l’ordine delle cose.

All’alba, la condussero nella stanza sotterranea, dove il padre custodiva tutti i documenti. Le dissero che aveva disonorato la famiglia, che la legge degli uomini permetteva la riparazione e che Dio avrebbe compreso.

Chiese di confessarsi. Le fu concesso.

Morì lì, tra le mura che conosceva, soffocata, senza grida.

Una morte veloce perché il decoro lo esigeva.

Il suo corpo fu sistemato con cura nella sua camera, come se fosse stata una brava figlia fino alla fine. Si raccontò che era stato un malore e nessuno osò contraddire.

Di Carlo non si seppe più nulla.

Isabella non fu uccisa per peccato, né per scandalo.

Fu uccisa perché aveva amato in un tempo in cui l’amore di una donna valeva meno dell’onore di un uomo.

E se questo era peccato, lo portó con sè, senza pentimento.

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