Abbracciami un po’ di più
Ero sempre di corsa e spesso senza motivo visto che riuscivo sempre ad arrivare alla stazione con un’ora di anticipo.
Quella mattina avevo persino accompagnato Stefano a scuola.
“Mamma, come mai oggi mi accompagni tu a scuola?”
“Perché parto più tardi, hanno spostato la riunione a domani. Non sei contento?”
“Si, certo che lo sono. Papà mi ha preparato la merenda?”
Quando Stefano mi parlava avevo l’impressione che volesse mettere in luce tutte le mie mancanze ma, da perfetta manager quale ero, professionalmente parlando, non potevo mostrare cenni di insicurezza o senso d’inferiorità.
“Non serve la merenda di papà! Passiamo da Lino e ti compro quello che vuoi!”.
La pizza bianca del forno sotto casa gli era sempre piaciuta eppure ora mi guardava con aria interdetta come di chi vuole contestare il mio comportamento rispetto a quello del padre.
Non andai a fondo in quel pensiero: dovevo finire di preparare la valigia. Ero nervosa, con la coda dell’occhio al portatile, mi accorsi che, pur essendo solo le 8:00 di mattina, avevo già ricevuto venti e-mail.
Mi feci forza, comunque, per dimostrare a mio figlio che ero attenta alle sue esigenze. “Allora, Stefano, mamma ora ti preparerà una bella merenda!”
Cominciai ad aprire i cassetti per trovare la giusta ispirazione.
“Mamma, che cosa cerchi?”
Risposi con il sorriso proprio di chi aveva in canna un bel colpo: “La Nutella. Ti preparo un bel panino con la Nutella!”
Di nuovo mi guardava senza parlare. Notai delusione nei suoi occhi e gli chiesi a che cosa era dovuto quello sguardo. Non mi rispose. Quando era più piccolino era così goloso!
“Mamma, ti è arrivato un messaggio da papà!”. Ascoltai il vocale. Ettore era sempre così puntuale e impeccabile: “Ricordati di dire a scuola che Stefano deve mangiare in bianco!”
Caspita! Avevo nuovamente preso una sberla in pieno volto: mio figlio aveva mal di pancia e io me ne ero dimenticata.
Mi sentivo così disorganizzata e impreparata in quella casa: non la sentivo più mia. Il lavoro mi stava allontanando dalla mia famiglia ed Ettore era bravissimo nel suo ruolo di padre.
Per fortuna. Stefano si preparò in silenzio; si lavò e si vestì senza chiedermi più niente e io, per la prima volta, notai quanto mio figlio fosse diventato autonomo. Lo osservai con tenerezza e pensai, mascherando quel senso di colpa che ogni tanto mi riaffiorava dentro, che, in parte, era anche merito mio se stava crescendo prima del tempo, e, che la mia assenza, dopotutto, lo stava fortificando.
Cercai però di rimediare alla mia precedente dimenticanza; gli feci trovare sul tavolo in cucina una tazza di thè caldo al limone e qualche fetta biscottata, così avrebbe potuto fare colazione.
Stefano, con lo zaino sulle spalle, ormai rassegnato e pronto per andare a scuola, notò quel gesto e lo apprezzò.
Mi guardò con quei suoi occhioni sorridenti e carichi di dolcezza e mi sentii ribaltata nel mio ruolo: era lui quello orgoglioso di me e non dava niente per scontato.
Ero così piccola di fronte a lui! Quel suo sguardo mi fece ricordare come mi guardava mio padre quando portavo un bel voto a casa.
Stefano somigliava molto a suo nonno: era di poche parole ma aveva una sensibilità
d’animo notevole per essere un bambino di solo nove anni.
Stava crescendo velocemente e io non riuscivo più a tenere il suo passo.
“Mamma, grazie per la colazione”, mi disse all’orecchio mentre mi abbracciava, “Però faccio tardi a scuola; mangerò in macchina le fette biscottate buonissime che mi hai preparato”. Provava a farmi sentire importante, ma io sapevo che non le avrebbe mai mangiate.
Mi diede un bacio, infilò in tasca la sua colazione, prese lo zaino e ci avviammo a scuola in macchina.
Il mio cellulare iniziava a suonare e, in quel tragitto, dovevo avviare la mia giornata lavorativa. Appena arrivati a scuola lo salutai frettolosamente con un bacio.
“Mamma, non abbiamo più comprato la merenda!” Senza ascoltare che cosa mi stava dicendo, gli feci cenno con la mano che ero al telefono. Mi abbracciò forte e scese dalla macchina.
“Scusami un secondo che sto lasciando mio figlio a scuola.” Interruppi la telefonata per salutarlo: “Ciao Stefano, fai il bravo con papà e stai tranquillo che la verifica di scienze andrà benissimo!”
“Va bene, mamma, farò il bravo. La verifica di scienze è andata benissimo. Oggi ho quella di storia.”
Ero nuovamente in difetto con lui e mortificata: “Si, storia volevo dire. Scusami amore ma, tra il telefono e le cose da preparare prima di partire, ho fatto confusione. Ti voglio bene, amore mio”.
“Anche io mamma, chiamami oggi pomeriggio che ti devo dire una cosa importante.” Chiuse lo sportello e si precipitò per entrare in orario in classe. Era un bambino in gamba ed io ero fiera di lui.
Ritornai a casa; avevo ancora qualche ora prima di andare in stazione per prendere il treno. Sbrigai così un po’ di telefonate, risposi a qualche mail in modo da non farle accumulare e, nel frattempo, riordinai la casa facendo il possibile per non far pesare troppo la mia assenza.
Arrivai in stazione trafelata: avevo sempre qualcosa da sbrigare fino all’ultimo e poi, anche se riuscivo ad essere sempre in anticipo, andavo sempre di corsa, come se questo mi facesse sentire meno in colpa, come se avessi modo così di giustificare tutte le mie mancanze.
Anche quel giorno arrivai in stazione prima del necessario. Sul tabellone ancora non c’era riportato il binario da cui sarebbe partito il treno per Milano delle 17:30.
Andai al bar, il solito bar. Un caffè in un luogo abituale avrebbe accorciato i miei tempi di attesa.
“Buonasera ragazzi!”
“Buonasera a te!” Li vedevo distratti, non era da loro. Le persone che avevo intorno erano tutte servite. Quel pomeriggio al bar c’era molto fermento; chissà forse c’erano stati un po’ di ritardi negli arrivi.
“Fabrizio, potrei avere anche oggi il mio caffè lungo? Se non disturbo…” Ero abituata a scherzare con loro ingannando il tempo d’attesa, ma mi accorsi che qualcosa non stava funzionando.
Chiara, con in mano un vassoio pieno di bevande, uscì da dietro al bancone e mi venne vicino: “Hai sentito cosa è successo qualche minuto fa davanti alla scuola Pratolungo?”
Avevo bisogno della conferma di quanto avevo appena sentito: “La scuola Pratolungo hai detto?”
“Mi scusi, possiamo sederci qui?” La nostra conversazione era stata interrotta da due clienti appena entrati e Chiara si era affrettata a preparargli il tavolo.
Una donna, che era seduta accanto a me, rispose al posto suo:
“Si, una macchina, a tutta velocità, per fuggire da un posto di blocco della polizia, ha investito un bambino che sembra essere in fin di vita.” Rimasi impietrita e spaventata. Una disgrazia. La scuola di Stefano. Guardai l’ora, erano le 16:38: orario di uscita dei bambini.
Un amico di Stefano poteva essere finito sotto quella macchina o, non volevo neanche pensarci…ma ci pensavo e sempre di più. Ettore era sicuramente già lì a prendere Stefano. Dovevo capire che cos’era successo e tranquillizzarmi, sapere che mio figlio stava bene e il padre era con lui.
Rivoltai la borsa sul tavolino che avevo accanto a me per prendere il telefono perso tra i mille oggetti inutili che mi portavo sempre appresso.
Mi detestai per il mio disordine; avevo sempre il telefono in mano e, invece, un attimo prima di entrare in quel bar, lo avevo gettato in borsa distrattamente.
Non avevo pazienza nel cercare le cose: volevo tutto e subito ma non ero metodica e così mi arrabbiavo tremendamente con me stessa.
“Che succede?” si preoccupò la donna vedendomi agitata per la notizia che mi aveva appena dato.
Sentii la sua voce e capivo parlava con me ma non riuscivo a concentrarmi per capire che cosa mi stava dicendo. Percepivo un gran caos e un rumore fastidioso ma non riuscivo a capire se proveniva da ciò che avevo intorno o dalla mia testa.
Trovai il telefono e chiamai Ettore: “Forza, dai, rispondimi! Finirono gli squilli utili per far partire la conversazione e cadde la linea. Riprovai ancora, ma niente. Provai di nuovo, e ancora: nessuna risposta. “Ettore richiamami!” Cominciavo a parlare da sola mentre sbattevo il telefono sul tavolo; avrei voluto distruggerlo se non avessi avuto la speranza di ricevere poi una sua chiamata.
In quel bar tutti parlavano di quell’incidente. “Dicono che era un bambino con i capelli castani, magro e aveva uno zainetto blu. Ancora non hanno dato le generalità. Povero bambino!”.
Stefano aveva lo zaino blu. Le chiacchiere nel bar mi stavano spaccando il cuore in mille pezzi.
Mi tornavano in mente le parole di mio figlio quando ci eravamo salutati:” Mamma, chiamami oggi pomeriggio, che ti devo dire una cosa importante”. Che cosa doveva dirmi? Perché ora sentivo la sua voce nella mia testa? La paura stava diventando terrore. Mi mancava l’aria.
Mi accasciai per terra per scaricare il peso del mio corpo che era diventato insostenibile.
“Che succede? Ti senti male?” Chiara si chinò su di me e chiamò qualcuno, forse un medico che mi prese la mano e provò a tranquillizzarmi cercando di capire cosa mi stava succedendo. Fabrizio, intanto, mi sorreggeva il busto da dietro. Sentivo le voci di chi mi era intorno in modo confuso. Mi parlavano ma non capivo che cosa mi stavano dicendo. Cercavo di divincolarmi per rialzarmi.
Provai anche a farlo, ma vidi la stanza che mi girava intorno e la mia vista, all’improvviso, si era annebbiata.
“Chiamate Ettore, vi prego, il cellulare, il suo numero sul cellulare non lo trovo” non riuscivo a formulare una frase che avesse un senso compiuto.
“Lo stiamo chiamando, stai tranquilla, ora ci richiama! Aspetta qui che ti prendo un bicchiere d’acqua”. Fabrizio era visibilmente preoccupato.
Qualcun altro, mentre mi controllava le pupille, parlava, forse era un medico: “Arrivo subito, prendo il misuratore della pressione. Qualcuno rimanga con lei”.
Una donna si mise seduta accanto a me tenendomi per mano.
Erano tutti intenti a soccorrermi ma io non volevo essere soccorsa: dovevo rialzarmi e andare a scuola. Dovevo scappare, subito: da quella donna, l’unica rimasta lì con me, sarei riuscita a svincolarmi con facilità vista la sua esile corporatura.
Rimasi ferma lì, solo qualche secondo, a fissare un punto sulla parete, cercando in me stessa l’energia necessaria per la fuga. Mi alzai di scatto e iniziai a correre come non avevo mai fatto fino ad allora; dovevo scaricare a terra tutta quella adrenalina che mi stava soffocando anche le lacrime. Avrei voluto piangere. Non riuscii: tutto il mio corpo era pietrificato. Intorno a me percepivo solo ombre e il mio cuore batteva più forte del mio respiro. Con il poco fiato che mi era rimasto in quella corsa sfrenata guardavo il cellulare e urlavo il nome di mio figlio, come se avesse potuto sentirmi: “Stefano no, Stefano noo, nooo!”. Non mi fermavo, non potevo, e continuai a correre senza risparmiarmi nonostante le mie gambe tremassero e le sentissi sempre più pesanti man mano che mi avvicinavo alla scuola. Controllavo il cellulare: mi bastava una chiamata, una sola.
“Mamma grazie… ti devo dire una cosa importante…la merenda mamma” Sentivo le parole di mio figlio che rimbalzavano nella mia testa come biglie impazzite.
Non potevo fermarmi, dovevo continuare a correre per altri due isolati. Sudavo freddo.
Sentivo il rumore fastidioso dei clacson di auto bloccate nel traffico. Avevo paura di quella fila di macchine: mi indicava la direzione da seguire per arrivare a scuola.
Arrivai lì con un nodo alla gola. Non sapevo che cosa mi aveva riservato il destino.
Mi fermai un attimo per provare a riprendere fiato.
Mi piegai su me stessa poggiando le mani sulle gambe.
Provavo dolore. Il mio corpo, la testa, la mia anima: ero trafitta.
Se in quel momento mi fosse passato sopra un camion non avrei sentito niente.
Non volevo vedere. Dovevo sapere. Se mio figlio era lì e non ce l’avesse fatta io lo avrei seguito e quello sarebbe stato l’ultimo giorno della mia vita.
Feci due o tre respiri profondi e trovai il coraggio di tirarmi su con il busto.
Vidi un cordone di macchine della polizia e vigili urbani e poi l’ambulanza con il lampeggiante acceso. E la folla, tanta folla assordante. Trovai il coraggio e mi avvicinai, forse un po’ troppo per qualcuno: “Signora non può stare qui!” fui presa per un braccio da un uomo in divisa.
“Sono la madre, chiamatemi mio marito subito. Ettore! Ettore!” Urlai tentando di chiamarlo io stessa. L’uomo in divisa fece un cenno ai soccorritori. Non volevano farmi passare.
“Mamma!” Sentivo la sua voce. Mi divincolai cercando di liberarmi dalla presa.
“Mamma, mamma!” Quella voce non mi abbandonava.
“Mamma girati, sono dietro di te!” Quella voce anche se in lontananza ora la sentivo più chiara. Era vicina, reale. Lui era lì.
Le mie gambe rallentarono nel loro tremore. Ripresi a vedere in modo nitido ciò che mi circondava. Il mio corpo era diventato leggero come una farfalla. Mi girai e mi voltai per cercare di capire da dove provenisse quella voce.
“Mamma fuochissimo!”. Era il gioco che facevamo sempre insieme. Lo vidi. Sorrisi. Era lui, Stefano. Stava bene, era bello. Riuscii a piangere le lacrime più belle che avessi mai versato. Cominciai a correre fino al centro della piazza, ma questa volta per raggiungerlo. Vedevo solo lui e niente altro di ciò che avevo intorno.
Stefano mi incitava aspettandomi a braccia aperte e urlandomi: “Mamma, sei tornata!” Ce lo avevo di fronte, ero distrutta ma felice. Lo guardai e provai la stessa emozione di quando lo vidi uscire dal mio grembo. Lo abbracciai con tutta la forza che mi era rimasta.
“Mamma, devo dirti una cosa…”
“Lo so amore, lo so che cosa mi vuoi dire.”
“Allora abbracciami, mamma, abbracciami un po’ di più.”
