La sospensione del giudizio
Ho deciso di partire.
Sulla soglia della nostra camera da letto ti guardo sdraiata mentre leggi un libro. Ti illumina una piccola luce, il tuo respiro non fa rumore, hai imparato a controllare anche quello.
Starò attento a far scivolare i miei piedi nudi sul parquet, darò una carezza leggera alle bimbe per non svegliarle.
Potevo farmi un giro di notte – l’ho fatto tante di quelle volte! – quando mi innervosiva il pianto delle bimbe, quand’ero stufo dei tuoi lamenti, del fatto che mi rimproveri di non far niente per casa, che penso solo a me stesso, che mi distraggo – voi uomini è il tuo incipit preferito! – senza dire delle pulizie e dell’ordine che sono la tua fissazione.
Nonostante tutto, io ti amo.
A me non è mai sembrato che io fossi un uomo che non si interessa della propria famiglia, anzi, non vi ho mai fatto mancare niente, quando tu sei al lavoro mi occupo io della casa e delle bimbe: le lavo, le cambio, le accompagno a scuola e le riprendo, cucino, sparecchio, rassetto, carico e svuoto la lavastoviglie, pulisco i bagni. D’accordo, l’ultima volta non ho trovato il detersivo giusto e ho fatto troppa schiuma, mica è un delitto.
Tu, comunque, mi ami, vero?
A volte, è vero, bevo un bicchierino di cognac, che vuoi che sia. Forse due. Qualche sera anche tre. Come stasera.
Vabbè, il mio concetto di pulizia e ordine non coincide con il tuo, ma nessuno, per quanto bravo sia, rispecchia i modi di fare di chi ti sta vicino. E non è neanche scontato che a furia di stare insieme si assorbano le caratteristiche dell’altro. È vero, invece, il contrario, quello che all’inizio ci sembrano buone maniere a lungo andare ci annoiano fino a farci innervosire, fino a diventare insopportabili. E quello che facciamo, lo facciamo di malavoglia, forzando il nostro istinto cosi che si possa dire: ecco ho fatto esattamente come avresti fatto tu. E mai torto più grande ci può essere tra due che condividono lo stesso letto: somigliarsi per forza è come mettere cane e gatto dentro un baule.
Prima di uscire mi sono guardato allo specchio dell’ingresso. Quello che stava dall’altra parte mi ha dato un’occhiataccia. Ho fatto per pulire ma quel tale ha appoggiato la mano sulla mia e l’ha mossa insieme. Che stupido, neanche riesce a essere me stesso. Forse è per questo che mi somiglia.
“L’hai pulito, per caso?”
Non ho sentito risposta, ti devi essere addormentata, fai sempre così quando non vuoi parlarmi, quando non riusciamo a parlarci. Vedo che hai ancora la piccola luce accesa.
Il rimedio che abbiamo condiviso è la sospensione del giudizio, come se la nostra vita si fosse trasformata in un tribunale dove a volte sono io l’imputato e tu il giudice e viceversa, come se dovessimo scusarci sempre per quello che abbiamo fatto o addirittura abbiamo pensato, per quello che facciamo o per quello che diciamo. Per meglio specificare, per come ce lo diciamo.
Da lontano ti ho sentito dire qualcosa, ma non ho capito.
Dunque, non dormi, forse ti eri addormentata e forse ti è sembrato di sentire lo schiocco della porta e ti sei svegliata. Io, però, non sono ancora uscito perché i miei piedi hanno avuto difficoltà a mettersi uno davanti all’altro, come i miei pensieri.
C’è una poltroncina all’ingresso di casa, è lì che poggiamo le nostre cose quando torniamo dal lavoro, è lì che le prendiamo quando dobbiamo uscire.
È lì che mi sono seduto.
Mi sono seduto sul coccodrillo di plastica di una delle bimbe. Per fortuna gli avevo levato il fischietto; l’ho tolto da sotto il sedere e l’ho poggiato sulla mensola davanti allo specchio, vicino al mio quarto bicchiere di cognac.
Quando deglutisco il fluff dell’ultimo sorso sembra il tuono di marzo.
Sono stanco. Meglio chiudere gli occhi.
Quando li riapro quello che c’è dall’altra parte mi osserva, è lo stesso di prima, non sono cambiato.
“Non l’hai pulito, vero?”, mi viene da chiedere di nuovo.
“Guarda che toccava a te”, mi dici dal letto.
“Ne sei sicura”, dico colla lingua squagliata.
“Ma smettila, è più un’ora che stai lì a guardarti allo specchio.”
“È perché noi ci amiamo, vero?”, ti chiedo d’un fiato mentre incrocio i miei occhi acquosi e gonfi.
“Avevamo deciso di tenere quest’argomento in sospeso per qualche tempo, ti ricordi?”
“Non essere così razionale”, mi verrebbe da dirti e invece mi viene “Sei eccezionale!”
“Vieni a dormire, cretino”.
Sono sicuro che tu mi ami ancora come io amo te, dico all’altro me stesso.
Rimetto a posto il coccodrillo, bevo l’ultimo sorso di cognac, torno in camera, mi infilo nel letto mentre tu, placida, cominci a russare.
Spengo la piccola lampada e chiudo gli occhi.
