Imparai a fare la treccia


Imparai a fare la treccia

La osservavo con la coda dell’occhio mentre le passavo la spazzola tra i capelli. La sua espressione mi diceva molte più cose di quante lei riuscisse a nascondermi. I suoi occhi erano pieni di malinconia. Se ne stava seduta lì, apparentemente tranquilla, di fronte a uno specchio a cui non dava più attenzione da molto tempo. Avrei dovuto pensare io a pulirlo perché per lei ormai non era più una priorità.

Mi dispiaceva che avesse perduto la sua estrosità; non sapevo se sarei mai riuscito a fargliela ritrovare, ma almeno, a modo mio, potevo e volevo provarci. Conoscevo il motivo del suo sguardo e non lo condividevo: per me lei era sempre bella e non mi importava se il suo corpo non era più quello di un tempo. Neanche il mio lo era dopotutto, ma, a questo lei non dava peso; ero convinto che continuava a guardarmi con gli occhi dell’amore. E a me questo bastava.

Pensavo che avrei voluto donarle i miei occhi, anche solo per un istante, per farle scoprire quanto amavo ogni cosa di lei, ma non potevo farlo e mi limitavo a spazzolarle con cura i capelli, partendo dall’ attaccatura sulla fronte fino ad arrivare giù alle punte. Quei capelli erano morbidi e lisci come la seta, era difficile si annodassero, ma io volevo spazzolarli per continuare a guardare, ammirato, la sua immagine nello specchio.

Ogni sua ruga mi ricordava la luce dei suoi sorrisi, l’intensità di ogni sua emozione vissuta; quell’ immagine mi parlava di una donna che aveva saputo vivere appieno la sua vita e del mio amore per lei, in tanti anni vissuti insieme. Lei sapeva ridere e piangere, essere delicata e forte, vanitosa e sobria: era l’emblema della femminilità e, come si suol dire, era sempre stata una donna che sapeva stare al mondo.

Qualcosa però stava cambiando le carte in tavola e rischiava di minare anche il nostro rapporto. Questo non potevo permetterlo! La sua malattia avanzava, giorno dopo giorno, sempre più prepotente e aggressiva; oltre a rendere più difficile ogni suo movimento, la rendeva sempre più consapevole di non poter più contare solo sulle sue forze. Per una donna indipendente come lei era la peggiore punizione che le potesse capitare, e, per me diventava la più grande sfida che dovevo affrontare.

Non tentavo di rassicurarla con le parole, spiegandole quanto la amavo e quanto niente sarebbe cambiato per me: non mi avrebbe mai creduto, lei era fatta così. Sopratutto, non sarei mai riuscito a farle capire fino a che punto mi sentivo fortunato di averla al mio fianco da così tanto tempo. Ora tutto dipendeva da me: dovevo trovare un nuovo modo di amarla! Avevamo bisogno entrambi, come non mai, che lei ritrovasse la sua forza e la voglia di ripartire.

Mi ricordai di quando, all’inizio della nostra relazione, le chiesi perché si era innamorata di me; mi rispose che amava la mia semplicità, la mia purezza e la mia gentilezza. Ora mi sentivo privo di ogni forza e impreparato a qualsiasi slancio, ma era da lì che dovevo ripartire. Non parlavamo mai della sua malattia e delle nostre paure ma, anche così, non mi aveva mai fatto sentire solo.

Continuavo a spazzolarle i capelli, accompagnando i miei pensieri, mentre lei si dedicava alla sua lettura giornaliera e mentre il tempo ci insegnava ad amarci in un modo del tutto nuovo, senza che neanche ce ne accorgessimo. Pian piano capì che ogni mia attenzione nei suoi confronti non era legata al suo “difetto” ma solo al mio desiderio di prendermi cura di lei. Quella mia coccola, era diventata, per noi, un appuntamento fisso, giornaliero, dal quale, ben presto, non riuscivamo più a fare a meno.

Anche oggi, dopo la colazione, l’avevo presa per mano e l’avevo fatta accomodare lì, sul pouf di fronte allo specchio della consolle, sulla quale lei conservava distrattamente tutte le sue cose: il profumo, il talco, gli orecchini, le collane, tutti i gioielli, la cipria, i trucchi, ma anche libri e vecchie foto di famiglia. Lì in mezzo a tutti quei barattoli e suppellettili lei riusciva a trovare sempre tutto, rimanendo dell’idea , proprio per questo, che il suo era un disordine creativo.

Quanti anni avevo sprecato nel discutere con lei sperando diventasse più ordinata! E ora? Guardavo quel disordine con occhi nuovi. Quello era uno spazio importante per lei, era il suo spazio, ed era giusto che seguisse le sue regole e non le mie. Attorno a quella consolle, in quel disordine creativo, come lo chiamava lei, io sentivo tutto il suo profumo e quel profumo mi era sempre piaciuto.

Avevo imparato che in amore si poteva sbagliare o fallire, ma quel che contava veramente era avere sempre un motivo per ricominciare. E io il mio motivo ce l’ avevo lì, davanti ai miei occhi. Continuavo ad accarezzare, con la spazzola a setole morbide, i suoi capelli lisci e lunghi, bianchi come la zucchero filato. Avevo anche imparato a farle la treccia: me lo aveva insegnato lei.

Un giorno le avevano da poco diagnosticato la sua malattia e la vidi piangere. Non riuscì a nascondermi le sue lacrime nè la sua rabbia per non riuscire più a legarsi i capelli. Le facevano male le ossa delle mani e aveva perso già parte della loro mobilità. Mi chiese di tagliarglieli i capelli, dicendomi che era arrivata l’ora di farlo. Il dolore che provava me lo riversò addosso tutto in un momento. Le risposi, d’impulso, che non potevo e non volevo farlo! Per nessuna ragione! Mi replicò immediatamente che ne sarei stato perfettamente capace perché ero un barbiere.

Non era quello il punto ma non avevo molto tempo: dovevo capire come comportarmi con lei da quel momento in poi; lo dovevo fare subito, o rischiavo di perderla. In tanti anni insieme era stata sempre lei a occuparsi di me e lo aveva sempre fatto con dolcezza e dedizione: sapeva farmi un nodo alla cravatta che faceva invidia agli uomini più esperti! Non mi aveva mai fatto mancare le sue attenzioni e di questo mi stavo accorgendo solo ora che erano diventate più visibili le sue fragilità.

Le spiegai, con dolcezza, che non era necessario tagliarli perché a me avrebbe fatto piacere prendermi cura dei suoi capelli e che sia a me che a lei erano sempre piaciuti lunghi: non sarebbe stato giusto rinunciarci. Mi guardò dubbiosa e lessi nei suoi occhi che potevo riuscire nel mio intento. Dovevo fermare lì i suoi pensieri e così le chiesi di passarmi il pettine e di spiegarmi come poterle fare una bella treccia.

Le attitudini le avevo, e così imparai in fretta a farla, prima quella morbida e poi pure quella alta. Anche quel giorno le chiesi di fare qualcosa per me e lei lo fece: non si tagliò i capelli. Era una donna che si era sempre donata nella sua vita e le era più facile fare qualcosa per chi amava piuttosto che per se stessa. Avevo trovato la “chiave”! Ero felice: era come se mi avesse detto che mi amava ancora e che niente era cambiato tra noi. Era pronta a lottare con me e io ero riuscito provocare la sua reazione.

Continuai a prendermi cura di lei, e imparai, ben presto, anche a metterle la cipria sul viso. In realtà, questo riusciva a farlo benissimo anche da sola ma per me era una scusa per sfiorarle delicatamente il viso con il piumino e leggere nei suoi occhi il piacere di essere accarezzata. Apprezzava ogni mia attenzione e, a volte, mi chiedeva addirittura di metterle il rossetto.

Faceva scegliere a me il colore che preferivo, o lasciava che io lo credessi. Giocavamo così per amarci senza pretese nè aspettative ma solo per il gusto di farlo. Lei sapeva che preferivo il rossetto rosso, e anche a lei piaceva quel colore che chiamava, con più precisione, rosso fragola; nonostante questo, mi diceva: “ Mettimi il rossetto che piace a te!”.

Prendevo così quel tubetto con dentro il pennellino spugnato all’estremità, lo tiravo fuori e lo rinfilavo in modo da far assorbire bene il colore: mi aveva spiegato dettagliatamente ogni cosa e volevo dimostrarle che potevo riuscire a farlo e quanto mi divertiva. Si accomodava sul pouf di fronte a me e tirava su il mento aprendo appena le sue labbra sottili e pallide. Eh, che voglia avevo di baciarle con passione! Mi limitavo però a passarle il pennello sulle labbra stando attento a non uscire dai bordi… e il gioco era fatto!

Mi divertiva quando si guardava allo specchio, mi sorrideva e poi si avvicinava per baciarmi e, dispettosa come sempre, lasciava l’impronta delle sue labbra sul mio viso. Avevo imparato ad amarla ancora una volta e in un modo nuovo.

Ecco perché ero orgoglioso di passarle quella spazzola tra i capelli! Le dimostravo che non era lei che aveva bisogno di me, ma io che, piuttosto, non sarei mai riuscito a vivere senza di lei.

Quando uscivamo insieme era diventata una mia abitudine porgerle il braccio ma per galanteria, perché lei era importante per me e, solo dopo perché vi si appoggiasse. Con gioia l’ accompagnavo in macchina, dovunque volesse andare, non dando peso alla sua difficoltà nel muoversi, ma approfittando della situazione per accarezzarle le gambe al semaforo rosso, ricordando i tempi passati. Stavamo reinventando insieme il nostro amore e io cercavo in tutti modi di evitarle ogni frustrazione.

Il suo temperamento non mi rendeva la vita facile perché era inquieto e vivace: voleva essere sempre impegnata in qualcosa ed era difficile frenare le sue decisioni. Anche lei lo ammetteva: il suo più grande problema era che la sua testa correva sempre più veloce delle sue gambe.

Dovevo e volevo proteggerla non permettendo alla sua malattia di soggiogarla. Un giorno affrontai per questo una dura prova. Insistette nel venire con me a comprare la torta per festeggiare, con le nostre due figlie, il mio ottantesimo compleanno.

Presi così la macchina perché potesse venire con me, ma non riuscii a trovare parcheggio vicino alla pasticceria. Le proposi di aspettarmi in macchina, avrei pensato a tutto io. Lei acconsenti anche se non molto convinta.

Scesi dalla macchina e attraversai la strada pensando al suo sguardo e alle sua parole prima di chiudere lo sportello. Quello sarebbe stato il primo anno che lei non avrebbe potuto comprarmi la torta: ecco perché era triste! Per lei, scegliere il dolce del mio compleanno, era molto più importante di quanto potessi pensare; e non potevo far finta di niente.

Ero già dall’altro lato della strada e mi girai per guardala. I suoi occhi mi ricordarono quelli di mia figlia quando arrivavo tardi a scuola per riprenderla. Sventolai la mano, attirando la sua attenzione, e le feci cenno di attraversare anche lei la strada e di raggiungermi.

Mi guardò sbalordita, sapendo quanto ero diventato apprensivo nei suoi confronti; un pò titubante, e con sguardo interrogativo, cercò conferma della mia convinzione. Le feci un cenno affermativo con il capo.

Prese la sua borsa, uscì dalla macchina, e pian piano, a testa alta si avvicinò al ciglio della strada per attraversare. Cercò nuovamente il coraggio nel mio sguardo. Le feci un sorriso e con la mano sinistra, sporgendo tutto il braccio in avanti, iniziai a fermare le macchine per renderle più sicuro il passaggio. La prima macchina non si fermò e neanche il motorino alla sua sinistra. Un uomo al mio fianco, vedendomi in difficoltà, mi aiutò a fermare il traffico.

Lei mi guardò di nuovo con aria scoraggiata ma sapevo che non avrebbe mai mollato. Insistetti con il braccio, in modo più incisivo, e insieme a me quello sconosciuto dal cuore gentile… Finalmente si creò un varco! Era felice, lo leggevo nei suoi occhi; anche io lo ero.

Mi ritrovai a guardarla nuovamente con lo sguardo di un giovane innamorato alla sua prima cotta. Le sue labbra rosse mi sembrarono di nuovo delicate come una fragola appena nata in primavera. Il movimento dei suoi capelli lunghi, raccolti in una coda alta, che svolazzava ogni suo passo, di qua e di là, mi ricordava una freschezza che in realtà non avevo mai dimenticato. E quel suo corpo, con le sue rotondità, mi ricordava quanto amavo il suo essere madre, la migliore che avrei potuto mai desiderare per le mie figlie.

Pensai a queste e tante altre cose mentre controllavo, nonostante il suo passo incerto, che riuscisse ad attraversare da sola. Da giovani ci credevamo invincibili e pensavamo che non saremmo mai stati indispensabili l’uno per l’altra; ora, che invece lo eravamo diventati più che mai, fingevamo di non esserlo per sentirci ancora giovani.

Avevo capito che si poteva rinascere molte volte, tutte le volte che si voleva, se lo si voleva: ecco perché ero lì a spazzolarle i capelli.

Quell’anno, nel mio ottantesimo compleanno, mangiai la torta più buona di sempre, quella che mai mi sarei potuto aspettare. Anche mia moglie era felice perché, come tutti gli anni, poteva intingere il suo dito nella panna per poi poggiarmelo sul naso.

Alzò lo sguardo dal libro guardandosi nello specchio.

“Che dici se oggi li lascio sciolti i capelli?”

Mi guardò con tenerezza; con tenerezza e sensualità.

Ricordai di aver preso un fiore per lei, gli staccai il gambo e glielo misi tra i capelli proprio sopra l’orecchio:

“ Direi che sarai bellissima, come sempre”.

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