Una vacanza in Abruzzo
Era il 1966 e da studentessa frequentavo l’Università, ma non ero indifferente alla grande agitazione e alle prime manifestazioni studentesche, ai nascenti movimenti femministi, era un periodo molto intenso, avevo la mia giovinezza, sapevo che stavo costruendo la mia vita. Condividevo la serenità di mia madre, da poco risposata con quel magnifico uomo che mi ha fatto da padre, e che io molto velocemente e senza difficoltà ho chiamato papà.
Proprio mia madre quell’anno prese una decisione, non più vacanza a Palermo, vacanza in Abruzzo. Aveva conosciuto Domenico un abruzzese, che transumava a Roma da Paterno, paesino pedemontano, frazione di Capitignano, a quaranta km dall’Aquila.
Si trattò di una sorta di agriturismo perchè, in cambio dell’ospitalità che avremmo ricevuto per le vacanze estive, noi ci impegnavamo a preparare i ragazzi per gli esami di riparazione a settembre, in particolare Linda, mia sorella, per l’inglese ed io per la matematica. Arrivammo lì, non avevo mai visto un paesino così piccolo, con una piccola chiesetta, un piccolo campanile, uno sperduto prete, un sagrestano, e le case una vicina all’altra.
La casa che ci ospitava era la solita casa di campagna, bella fresca e tanto profumata e odorosa di latte. Dietro la casa, accanto a un delizioso ruscello erano custoditi gli animali, pecore, maiali e mucche da latte. La padrona di casa era Ida, una potente donna con l’eterno grembiule e le scarpe comode, la moglie instancabile, fedele e stanziale di Domenico. La mattina lei ci regalava un risveglio fantastico. In un piccolo angolo della grande camera che serviva per e a tutto, ci sedevamo piano, piano per non rompere l’incantesimo e con gli occhi meravigliati davanti a enormi pagnotte di pane fatto con le patate, ci gustavamo alcune belle fette con la marmellata di Ida, latte e caffè, e lei, tutti, tutti i giorni preparava la ricotta e il formaggio e ci faceva bere il siero.
Nel cerchio di casette, una appoggiata all’altra, affacciate su un bel cortile, vivevano i parenti, quelli rimasti a vivere a Paterno, la vecchia zia, e il nonno pastore con la barba, la mantella appoggiata sulla spalla, il bastone e il cappellaccio nero, pronto per andare al pascolo, tutti e tutti sembravano usciti o entrati in un quadro dei macchiaioli, un tratto vivente di vite in campagna appena abbozzate dalla nostra immaginazione.
Quando camminavi nelle stradine del piccolo paesino, spesso capitava di essere proprio dentro quelle case, tanti sorrisi e “buongiorni” e “come va” e “cusci è la vita”, potevi allungare la mano e, attraverso una finestra bere il caffè offerto con la ciambellina e i biscotti profumatissimi e chiaccherare. Ci piacevano soprattutto i racconti delle giovani pastore, della paura dei lupi al pascolo, la vita in quei vasti spazi pieni di silenzio dove la loro gioventù si svolgeva e l’amore si faceva con spensieratezza e allegria, lontani dalla falsità e dall’ipocrisia, nella bellezza e nella libertà delle grandi attrazioni e emozioni.
Nella notte piena di stelle, si sentiva di lontano giocare a “morra”, giù i numeri chiamati violentemente, “quattro”, “sette” e chissà come si vinceva!!!!
Fuori da quel piccolo borgo non mancava nulla e la strada si perdeva tra i campi di granoturco, di girasole, erba da fieno e finiva su nel piccolo bosco. Faceva un caldo incredibile, i campi di grano maturo e l’erba inaridita rimandavano un calore che si arricchiva di profumi contrastanti e inebrianti, qualche rumoroso insetto rompeva quel meraviglioso e infinito silenzio. Il paesaggio era incantevole, di quel giallo caldo, caldo.
La mattina era l’ora della ripetizione, ma era anche l’ora di portare al pascolo le mucche e le pecore di Ida. Con al seguito il belare delle pecore e i piccoli campanacci delle mucche i ragazzi, Dino e Luigi, partivano e si muovevano, noi con loro, ci sedevamo sull’erba con i libri scolastici.
Come si dice in inglese, ripeti x sta a y. Si rideva da morire, noi e loro al pascolo. I due ragazzi erano mille miglia lontani da quell’inglese e da quella matematica, ogni tanto si alzavano e con particolari suoni gutturali, richiamavano quella pecora o quella mucca che si era allontanata. Durante gli esercizi, in quel particolare dondolio di rumori e suoni, guardavo le mucche che a turno lasciavano cadere sul terreno la loro grande cacca, perfettamente tonda, e le pecore non finivano mai di depositare i loro piccoli sassolini. Ogni giorno cambiavamo campo e così avveniva l’abbondante e produttiva concimazione.
Il pomeriggio io e mia sorella uscivamo, perché Dino e Luigi volevano essere liberi. Si incontravano giovani contadini e tanti studenti universitari che ritornavano per le vacanze. Era una varietà di personaggi che su quella scena campagnola si muovevano con sorrisi, inviti, chiacchierate felicemente risprofondati nelle loro radici, nella loro terra, nelle loro tradizioni e noi con loro. Le lotte studentesche, le tensioni sociali, la guerra in Vietnam, erano uno sbiadito ricordo tra quei campi, tra quella serenità e armonia antichissima.
Falciavamo il grano e l’erba medica, oppure passavamo ore ed ore a guardare la vita nella vallata in silenzio, oziando, come fossimo davanti ad un immensa meraviglia, immerse in preziosi pensieri. Nei piccoli centri, ricchi di feste, sagre, balli in piazza, cinema all’aperto ed in fienili riattati a balere, ci lasciavamo cullare dalla corrente della vita, dall’aria pura della campagna, da quei profumi inebrianti dei biancospini e delle ginestre, e ballavamo strette da braccia forti e vigorose di giovani nei cui occhi leggevi quella impetuosa e travolgente potenza e esuberanza della gioventù. Tutto era perfetto, e spesse volte ci meravigliavamo di noi stesse per tutta quella voglia di vivere accumulata in tanti periodi fatti di no, di divieti, stai attenta, non ridere troppo, sta male. Non avendo la macchina andavamo e tornavamo a piedi, noncuranti delle distanze, spesso per la strada buia sotto un cielo stellato, tutti sottobraccio, tenevamo a bada la paura sui mille racconti sui lupi, sulle streghe, mancava l’uomo nero per cadere dentro la più paurosa delle favole.
Capitò un giorno di fare amicizia con Andrea giovane studente in medicina, e Dario un giovane che non aveva abbandonato Capitignano e anzi poi in seguito è stato eletto Sindaco. Bene con Andrea, che aveva trovato una vecchia macchina Balilla nella casa del nonno, giravamo per i paesini, tenendo stretti gli sportelli della macchina traballanti e incerti. Mi faceva guidare in quelle piccole strade di campagna, con Andrea, con lui in quel contesto, la mia felicità non aveva parole, ma provavo solo una vagonata di emozioni e emozioni.
Un giorno, in quel ruscello di acqua freschissima che scorreva vicino alla casa di Domenico e Ida, mi sono lavata i miei lunghi capelli, e mentre me li asciugavo naturalmente al sole, ho visto Andrea che mi stava osservando. Non dimenticherò mai quello sguardo, non avevo bisogno di quella prova, aveva mille parole, sono quei sguardi che tu riconosci, ti regalano le immagini, i segni che custodisci e custodirai per sempre.
Durò ancora per qualche settimana il nostro girovagare, vederci in gruppo e le ripetizioni, dovevamo ripartire, e poi cominciò la pioggia. Fu proprio in una di quelle giornate che per sedermi senza bagnarmi sugli scalini della chiesa, Dario mi passò un giornalino. Lo presi, ma prima di utilizzarlo gli detti uno sguardo e vidi che era stato pubblicato il Concorso al Ministero degli Affari Esteri. Ogni riga che leggevo sembrava desse voce ai miei silenziosi pensieri e desideri, una lettura incantata, quelle parole messe in fila una dietro l’altra, mi entrarono nella mente con la potenza di un fulmine sulle montagne. Lessi e rilessi quel linguaggio burocratico, era tutto lì quello che attendevo da sempre, un vero prodigio nella mia vita. Tutto crollò quando lessi la scadenza, fra cinque giorni, domani è Ferragosto.
Mio padre mi venne in aiuto e preparammo tutto a Roma, feci anche un esame del sangue da loro richiesto, per conoscere a quali climi potevo essere adatta ”tropicale” fu la risposta. Per le autentiche e la domanda ci pensò lui, che lavorava come sostituto notaio, sostituendo il titolare che aveva subito un grave handicap. Pensai dove i miei sogni di girare il mondo furono alimentati e sollecitati, ricordai il prof. Sturma, un corpulento e barbuto professore di geografia che trasformava le interrogazioni in simulazioni di sopravvivenza, in viaggi fantastici da fare nel suo laboratorio, pieno di cimeli, maschere, lance, statuine, che lui aveva raccolto in giro per il mondo. E così quella spensierata vacanza in Abruzzo mi introdusse nel mondo del lavoro, e, dopo mille vicissitudini vinsi il concorso con la specializzazione Consolare ed entrai a lavorare al Ministero degli Esteri.
Mentre Domenico e Ida e i ragazzi furono presente nella mia vita, Andrea lo persi di vista. Mi venne a trovare all’Università, il contesto era cambiato, era molto timido, io forse non l’ho molto incoraggiato. Perché non lo so. Però ho voluto ricordare colui che ha un particolare posticino nel mio cuore, lui e tutti i meravigliosi personaggi incontrati nell’incantato angolo dell’Abruzzo con questo mio racconto che a loro dedico!
