Il vento che non c’era


Il vento che non c’era

Pronto, pronto, aspetta qui non c’è campo! No, ho finito la spesa e sto tornando. Va bene, va bene Linda posso riandarci. Sono già le tredici, speriamo di trovarle ancora, le fave!” Che strazio dico e penso!

Le fave fresche sono importantissime per quel piatto persiano, che lei spesso prepara parecchio particolare, vale il dietro front: sento già il profumo.

Quella del Baghali è una ricetta per me molto famigliare, a noi insegnata da Akint, una cantante lirica amica di mia madre: dalla preparazione fino alla fine dell’ultimo boccone sei avvolto dai profumi e da quei sapori e, nel silenzio del pasto, mediti e ti affascina intimamente la meraviglia per quel gioco di accostamenti di profumi ed essenze.

Ancora di più il pensiero vaga e immagina, quei luoghi, quelle abitudini, quelle cucine, sono solo piccoli momenti, istanti e quelle raffinatezze ti portano lontano.

Faccio dietro front e con il carrello mi dirigo verso il mercato.

Devo solo attraversare e andare sul marciapiede opposto. Cerco il punto più comodo.

Una parte è transennata per evitare che i grossi furgoni vi salgano sopra: è stata appena riparata.

Il mio sguardo va sul marciapiede quello che devo evitare, quello dove si accumula la spazzatura del mercato, dove i cassonetti sono particolarmente appesantiti dall’inverosimile carico di sacchetti e spazzatura, semisepolti dai grandi rifiuti e dalle pile alte e traballanti di cassette, incastrate l’una con l’altra.

Alcune sono belle colorate, siciliane o pugliesi e poi, via via, altre cassette di cartone e legno grezzo piene di scarti di frutta e verdure.

Alcune sono messe in fila e allineate e ne intravedo il contenuto.

I raggi del sole picchiano sugli oggetti di metallo che luccicano su quelle forme schiacciate e deformate; tutto è materiale da buttare e arriva e ti ferisce le narici l’odore del pesce che sovrasta ogni cosa e vince su tutta quella distesa di avanzi.

Se guardi intorno e tra gli alberi e sulle macchine, vedi i gabbiani. Arrivano alla spicciolata, quella parte di marciapiede si trasforma in una tavola apparecchiata per loro.

Incuranti della loro mole e del grido raccapricciante arrivano straordinariamente puntuali, rimangono fermi, immobili, solo gli occhi girano in ogni direzione.

A un certo punto si alzano in volo, le ali sembrano immense e troppo grandi, planano e consumano il loro pasto.

Guardandoli così fermi, sono veramente enormi, anche belli così bianchi, le ali e il corpo perfetto, quasi un fuori luogo rispetto al colore e all’aspetto di quel posto.

Con pensiero vado a quel giorno di un luglio particolarmente caldo e afoso.

Questo luogo è stato involontariamente spettatore di un incontro, un incontro che casualmente darà una piccola ma importantissima lezione alla mia vita e al mio rapporto con quella parte di umanità entrata nella terza età e che crea in me una personale percezione di incomunicabilità, delusione e opposte sensibilità.

L’ora e il caldo hanno reso deserto quel lato del marciapiede penosamente alberato, gli alberi si alternavano tra un’aiuola orfana e un resto di albero legnoso spoglio, tutto rigogliosamente circondato da erbacce.

Sono sola con il mio carrello, e mentre mi interrogo su da che parte entrare, vedo arrivare verso di me un uomo anziano sull’ottantina, alto robusto, giubbotto color cachi, berretto grigio: uno di quegli uomini che anche d’estate sono sempre coperti.

Trascina anche lui un carrello della spesa, mi è quasi di fronte e a pochi passi da me mi lancia con voce decisa e potente un “Buongiorno signora”.

In quel silenzio arriva forte con un particolare rimbombo.

Sorpresa, rispondo; quando arriva al mio fianco si ferma e si gira di scatto.

In un attimo penso: che faccio, mi fermo anche io? Non ha l’aria di chiedermi delle informazioni, non so che pensare. Si è chiaramente rivolto verso me, ci sono solo io!

E provo a far finta di niente e proseguire ma faccio comunque un piccolo passo indietro per allinearmi a lui.

Cosa vorrà?

Forse chissà, il mio aspetto lo ha colpito.

Anche se penso che gli uomini sono attratti da donne giovani, parte un’autodifesa: anche se ho quasi ottant’anni quando curo i capelli, indosso gli occhiali da sole e metto il rossetto evidente, e il vestito estivo, tutto l’insieme mi tolgono un pò di anni!

Che vado a pensare!

Soprattutto continuo a chiedermi che cosa vuole da me.

In un nanosecondo ho massacrato e affollato il mio cervello di interrogativi e supposizioni.

Guardandolo da vicino c’è però qualcosa in lui che mi suscitava empatia e dolcezza.

Impacciata gli sorrido, e lui, senza rispondere al mio sorriso mi dice:

“Ha notato che vento c’è oggi?”

e con la mano si aggiusta i pochi capelli che sfuggono al berretto.

Tutto c’è in questo momento, fuorché il vento.

Faccio però anche io lo stesso gesto per comunicargli che non ho fretta di andarmene, quasi per farmi perdonare della mia diffidenza, e dico:

“Già un vento insolito”.

Aggiungo:

“Non è il venticello romano, il Ponentino”,

e lui:

“No, non lo è, è un vento caldo e soffia in qualsiasi momento. Il ponentino romano è tutt’altra cosa. Dove abitavo io, c’era una panchina in una piccola piazza, a una certa ora, e proprio durante l’estate, io mi sedevo là e aspettavo che arrivasse il Ponentino, fresco e pieno del profumo dei fiori che la fioraia vendeva all’angolo. Lei mi piaceva molto.”

Sorpresa per la confidenziale riposta, gli chiedo, anche per dare sempre meno l’impressione di avere fretta o di essere nervosa o infastidita:

“Lei dove abitava?”

e mi comunica il nome di una piazza romana che non conosco e non memorizzo.

Guarda il mio carrello e mi chiede:

“Anche lei viene a questo mercato? Sempre a quest’ora?”

“No, no”, rispondo, e poi aggiungo:

“Mia sorella proprio adesso mi ha chiesto di andarle a comprare le fa…. le fragole”.

Un attacco più assurdo che strano di riservatezza: mi impedisce di pronunciare il nome delle fave, mi sembrava volgare o quasi leggermente allusivo.

Mi vergogno ancora adesso di averlo pensato e anche di averlo confessato e scritto.

Lui, sempre fermo, continuava a guardarmi.

A questo punto sono io che mi agito, aggiustando un pò le buste che si intravedono dal carrello o appoggiandomi come per non stancarmi.

Passa qualche minuto di silenzio imbarazzante, penso che stia per salutarmi e riprendere la sua strada.

No, lui resta sempre immobile, piantato di fronte a me; improvvisamente, però, questione di un attimo, smette di guardarmi, punta lo sguardo verso le scarpe, cambia espressione nel viso quasi come se volesse raccogliere dei pensieri non proprio felici.

Questo cambio d’atteggiamento repentino mi sorprende e non so perché mi procura dei brividi.

Vedo lui tranquillo e immobile che ha intenzione ancora di parlare, abbassa il tono della voce e mi dice:

“Una volta i mercati aprivano presto, già alle sei scaricavano le cassette e preparavano i banchi, si faceva la spesa quasi all’alba, prestissimo. Avevo otto anni, mia madre e mio padre mi mandavano a fare la spesa, preparavano l’elenco delle cose che avrei dovuto comprare, mi davano i soldi quasi contati, con tante raccomandazioni, guarda bene il peso e il resto”.

Mi ripunta i suoi occhi e alzando improvvisamente la voce con forza e energia, quasi dolorosa, aggiunge:

“Quando arrivavo a casa mio padre e mia madre controllavano tutto con molta attenzione, quando si accorgevano che avevo dimenticato qualcosa, mia madre prendeva il cucchiaio di legno e me le dava.”

Pausa.

“Quando intravedevano un baffo di cioccolata o di pomodoro della pizzetta rubata alle lire che mi davano le prendevo con la cintura, ma non dalla parte della pelle ma dalla parte della fibbia”.

Io sono paralizzata da quella confidenza, da quel racconto.

Ora i suoi occhi cominciano a diventare rossi e pieni di lacrime.

Riprende energicamente il racconto:

“Mio fratello più grande non veniva mai ad aiutarmi, perché aveva più paura di me”.

Ero ormai coinvolta ma non ho il coraggio di fare il più piccolo commento, anche perché mi accorgo che per lui lì io non ci sono più: ci sono quei suoi genitori, quei genitori maneschi e violenti, quei ladri di tenerezze verso un bambino.

Muove la mano facendo finta di scacciare una mosca, ma è una lacrima che raccoglie, ormai la voce ha preso toni quasi drammatici e di disperazione:

“Andavo a scuola pieno di lividi e dolorante, ma non avevo il coraggio di parlarne alla maestra. Andavo male a scuola: una parola della maestra sul mio rendimento e avrei ricevuto altre mazzate.”

Anche io sento gli occhi lucidi e ho le lacrime.

Di nuovo il suo sguardo lontano.

Con voce grave aggiunge:

“E poi la vita è stata altrettanto dura il lavoro, la famiglia…”.

Attira a sé il carrello.

Restiamo in silenzio, uno di fronte all’altro per qualche minuto; avrei voluto consolarlo con mille frasi di comprensione e partecipazione ma quel caldo insopportabile e la sorpresa di quest’incontro inaspettato, mi aveva trovata impreparata.

Qui servirebbe sicuramente solo un forte e caloroso abbraccio, sarebbe stato meraviglioso per trasformare la commozione in un atto di solidarietà e comprensione.

Ma restiamo immobili e impacciati.

Si gira verso la direzione dove sarebbe dovuto andare e senza dire una parola si allontana.

Con uno scatto lo inseguo, gli prendo il braccio; voglio in qualche modo comunicargli quanto mi aveva addolorata il suo racconto ma riesco solo a chiedergli:

“Come ti chiami?”

“Giorgio”

silenzio

“E tu?“

“Giovanna.”

È pallido, non aggiunge altro e si allontana con il suo carrello della spesa.

Non sappiamo mai quale dolore cammini accanto a noi, finché non lo incontriamo.

Sono sbigottita e profondamente turbata e immalinconita da quest’incontro, lui più di me dopo quella confessione e quel dolore rivelato così improvvisamente a una estranea.

Sono giunta a un buon punto del mio cammino esistenziale e quell’idea fissa della mia incomunicabilità con l’altro sesso della mia età si sta facdo meno solida e mi chiedo se esiste veramente quella spaccatura, o quella indifferenza.

Penso alla migliore cura.

Dopo questo incontro, voglio inventarmi e scoprire un nuovo approccio: non sono sempre uguali gli incontri, possono rivelare fatti e cose inaspettate, proverò a comprendere la fragilità degli uomini, e la loro necessità di emozioni forti; comprenderò quella loro incapacità di essere autonomi e ricercherò qualche scampolo di giovinezza, di serenità e di spensieratezza che spesso trovo solo tra le mie amiche, con i capelli grigi e bianchi come me.

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