Quaranta settimane
Quaranta settimane è un intervallo perfetto, trentanove o quarantuno vanno ancora bene. Poco prima o poco dopo un pò di apprensione te la genera anche se ti dicono che va tutto per il meglio e che non bisogna preoccuparsi.
E io non mi preoccupavo, o meglio mi preoccupavo solo un pochino dato che qualsiasi cosa diversa da quella che mi stava succedendo non avrebbe potuto provocarmi emozione più grande e più profonda.
M’ero vestito bene, meglio degli altri giorni, una cravatta con una serie di orsetti chiari disegnati su fondo color tortora, l’abito impeccabile, grigio scuro, leggermente largo sui fianchi dato che gli ultimi tempi ero dimagrito pur mangiando come un’orca predatrice, scarpe lucidate col feltro, un numero più grande, forse due perché volevo stare comodo e ben ancorato a terra casomai avessi perso l’equilibrio.
Le scarpe sono sempre state il mio punto debole, nel senso che spesso le dimentico. Le avevo dimenticate quella volta che ero andato in piscina, avevo messo le ciabatte e con le ciabatte ero tornato a casa. Le scarpe non le avevo più ritrovate.
Quelle nuove appena comperate per il matrimonio se ne stavano accucciate nella scarpiera perché, indifferente, o incosciente come avrebbe detto mia moglie, senza accorgermene ero andato in chiesa con un paio di scarpe sportive col carrarmato, sformate e sporche di fango.
Per fortuna lì vicino c’era un negozio dove avevo comperato le prime che avevo trovato, marroni e un numero di meno perché il mio non c’era, e con quelle ero andato a sposarmi.
A essere sincero con un leggero mal di testa dato che mi stringevano parecchio – ma erano davvero le scarpe? – oltre al fatto che pioveva a dirotto. Non le ho più messe: rientrano nelle mirabilie accantonate in cantina.
Dunque, dicevo, c’era l’ossessione dei numeri: trentasette, trentotto per dire erano a rischio, qualcosa che ti faceva venire l’ansia e nello stesso tempo provocava la contentezza di vedere in anticipo quello che sarebbe diventato il tuo alter ego, che poi è l’alternativa a guardarsi in uno specchio.
Quell’ossessione riusciva comunque a mantenere alta la tensione emotiva, se mai ce ne fosse stato bisogno. Pur non avendo preso caffè o qualsiasi altro eccitante, ero così agitato che avrei potuto camminare sulla punta dei piedi come una etoile del Bolshoi, correre fino a Mosca in qualche nanosecondo, interpretare il mio Lago dei Cigni e ritornare in tempo per l’evento.
Ci voleva una camomilla per calmarmi. Ma l’infuso della macchinetta che doveva servire a rifocillare parenti e affini, erogava solo piccole quantità di polvere nera dato che era finita l’acqua.
Basta. Che ansia!
Bellamente mia madre e mio padre, arrivati dal paese per assistermi –come se fossi io quello da assistere! – anche loro con gli abiti migliori che possedevano, sapendo come sarebbe andata a finire, avevano portato nell’ordine: due banane, tre pack di succhi di frutta, un succo di pompelmo, due toast, un sacchetto di taralli che nel viaggio erano diventati buoni per la panatura di una cotoletta.
“Ne vuoi?”
“Ma di cosa?”
“Un tarallo, un succo, una banana?”
“Per carità!”
M’ero guardato le scarpe e quelle c’erano, tastato l’interno della giacca e il portafoglio c’era, toccato la guancia: quella mattina m’ero rasato di fresco e messo finanche un profumato dopobarba.
“Old spice?”, m’aveva chiesto mio padre, “lo usava anche mio nonno.”
Il mio bisnonno l’avevo anche conosciuto perché avevo sei anni quando è morto e lui poco meno di cento.
Me lo ricordo perché mi chiedeva ogni giorno di salire sul terrazzo dove c’era la colombaia, di prendergli un piccione e darlo alla cameriera che lo doveva spennare e farci il brodo.
Mi chiedeva poi, con aria complice, di portargli quella bottiglia di vino che teneva ben nascosta in un’angoliera che odorava di muffa. Quando gliela portavo lui la stappava, dava un sorso generoso e me la restituiva facendomi l’occhietto, come per dire che dovevo mantenere il segreto.
“Tuo padre mischia sempre il vino con l’acqua e invece il vino è buono solo quando è vino”, mi diceva. Non avevo allora capito che forse era una metafora e si riferiva alla superficialità del carattere di mio padre.
“Papà dice che ti fa male”, avevo azzardato perché l’avevo sentito dire a pranzo. E in effetti il bisnonno quando beveva diventava rosso in viso e gli si alzava la pressione, e questo poteva provocargli un infarto.
“Tuo padre si sbaglia, del resto non è che posso campare ancora per molto, al massimo dieci, quindici anni…”, mi aveva detto con il candore di un ragazzino innocente.
C’ero affezionato, ed è stato il primo morto che ho visto: l’aria serena, gli occhi chiusi, il vestito buono, le scarpe lucide. Anche se ero piccolo mi ricordo dell’emozione che avevo provato perché avevo pensato che dovevo mantenere il ricordo del mio bisnonno per tutto il tempo che sarei vissuto, cosa che ho fatto dato che niente, una volta iniziato, si conclude mai per davvero.
In quel momento c’è stata come un’agitazione in corsia e un medico aveva cominciato a sbraitare qualcosa sulla pulizia delle sale, sulla macchinetta del caffè che non erogava l’infusione di camomilla, che non c’era organizzazione, che noi non potevamo stare lì ma dovevamo andare oltre la vetrata e, tra le altre cose, mica potevamo mangiare i taralli sbriciolati.
Tutto questo disordine lo rimproverava a una suora piuttosto giovane con gli occhiali cerchiati d’oro che non chinava la testa, lo guardava dritto negli occhi. Gli rispondeva a tono così che quel tale aveva cominciato ad abbassare la voce, ad essere più comprensivo tant’è che ci aveva fatto rimanere di fronte alla grande vetrata dove erano allineate una dozzina di culle, la metà delle quali piene di strilli e strepiti, accettando volentieri la banana che mio padre gli porgeva con la sua tipica aria sorniona.
Per tornare ai numeri, eravamo entrati, o meglio mia moglie era entrata nella trentanovesima settimana e quando si entra in un intervallo così importante bisognava pur uscire.
Quello che era uscito da lei era una bimbetta nuda di meno di tre chili che neanche aveva visto la luce che subito s’era messa a urlare qualcosa che, secondo me, stava a significare che voleva rientrare al calduccio.
Quando la suorina con gli occhiali cerchiati d’oro ci è venuta incontro con quel fagotto in braccio avevo ringraziato le mie scarpe che avevano due numeri in più perché mi hanno tenuto inchiodato a terra invece di farmi cascare a piè pari e finire in ortopedia.
I miei genitori, molto più esperti, avevano cominciato a fantasticare sulle possibili somiglianze mentre quella povera creatura, secondo me, ed è quello che avrei fatto anche io, non riusciva a smettere di pensare da dove era venuta, la quiete assoluta, e a quello che le sarebbe toccato negli anni a venire, a dir bene un disordinato avvicendarsi di circostanze più o meno fortunate e del tutto imprevedibili se non incomprensibili, in sintesi il caos della vita.
Avevo lasciato i miei genitori a discutere sui propri e gli altrui geni di fronte alla vetrata che adesso conteneva uno strillo in più ed ero andato a trovare mia moglie, piuttosto provata, che forse non mi aveva neanche riconosciuto. Ne ho approfittato.
“Come la chiamiamo?”, e già avevo in mente il nome Arianna.
“Maria Vittoria”, aveva biascicato nel dormiveglia. Un nome che a me non piaceva per niente.
“Eugenia?”, avevo azzardato.
Silenzio mugugnoso.
“Lavinia?”
Silenzio inespressivo.
“Claudia?”
Silenzio russoso.
“Arianna?”
“Fai come c***o ti pare”, e s’era rimessa a dormire.
È successo che all’anagrafe avevo portato mio padre per fare da testimone all’iscrizione.
“Documenti”, aveva chiesto l’impiegato. Abbiamo dato i nostri documenti.
“Questa è scaduta”, aveva detto restituendo la carta d’identità di mio padre. L’avevo guardato come un aspide avrebbe guardato la sua preda, l’avrei azzannato! Era scaduta vent’anni prima e non l’aveva mai rinnovata.
“Ma papà!”
“E mica mi serve, a me mi conoscono tutti.”
Aveva tirato fuori la patente con la sua foto di quando era militare e l’aveva data all’impiegato.
“L’ultimo rinnovo è del 1949, mi spiace, non è valida neanche questa.”
“Garantisco io per lui”, avevo detto quasi in lacrime.
“Non se ne parla.”
È stato in quel momento che era passato un tale, ben vestito, fresco di colonia, alto, sorriso aperto che sembrava un attore di cinema. Mio padre l’aveva adocchiato, gli era andato incontro e aveva cominciato a tessere le lodi sulla sua qualità di interprete eccelso, che aveva visto tutti i suoi film, gli spettacoli teatrali, e che se non gli dispiaceva avrebbe voluto volentieri un autografo. E quel tale, lusingato da tanta piaggeria, gliel’ha concesso.
E prima di andar via, con aria più innocente del mondo gli aveva chiesto che sarebbe stato molto felice, un onore per lui, se avesse fatto da testimone alla sua prima nipotina.
E così è stato.
Quest’episodio viene raccontato da mio padre, che adesso ha poco meno di cent’anni, a ogni compleanno di mia figlia Arianna, che di anni ne ha trentacinque. E quando lei prova a chiedergli chi era quell’attore famoso, lui risponde, con quel candore tipico che di sicuro ha ereditato da suo nonno, che mica se lo ricorda, anzi quel tale non era neanche un attore.
Sta di fatto che mia nipote, figlia di mia figlia Arianna, che chissà perché si chiama Maria Vittoria, una bimbetta di sei anni o poco meno, una volta mi ha raccontato che quando sono soli, lei e il suo bisnonno, mio padre, le chiede di portargli quella bottiglia di vino che tiene ben nascosta in un’angoliera che odora di muffa. Quando gliela porta lui la stappa, le dà un sorso generoso e gliela restituisce con aria complice, come per dire di mantenere il segreto.
“E tu che gli hai detto?”, le ho chiesto.
“Che il vino gli fa male.”
“Brava, e lui?”
“Lui mi ha detto: secondo te, quanto mi resta da campare, dieci, quindici anni al massimo…”
Ed è proprio vero che nulla, quando è iniziato, si conclude mai del tutto.
