Passeggiata alla Ziegler Hütte


Passeggiata alla Ziegler Hütte

Anton Mincović, diciannove anni, quasi venti, era considerato da moltissimi critici musicali, più di una promessa del pianoforte mondiale.

Si era esibito nelle principali sale da concerto del mondo con il suo repertorio molto vasto per la sua età. Quell’estate, era stato invitato in quella cittadina della Svizzera tedesca per partecipare al festival musicale che si svolgeva lì. Era un festival pressoché sconosciuto al grande pubblico, ma molto frequentato dai veri cultori della materia.

Avrebbe dovuto esibirsi di lì a due giorni con un programma molto impegnativo: la sonata numero 3 in fa maggiore, opera 14 di Robert Schumann, la sonata numero 2 in si minore, opera 61 di Dmìtrij Shostakòvic e infine la sonata 111, opera 32 in do minore di Beethoven.

Gli organizzatori avevano dato un titolo a questa sua esibizione: “Gli ultimi saranno i primi”.

Anton quando aveva saputo la cosa era rimasto molto sorpreso. Che c’entrava il versetto evangelico con la sua esibizione? A quello che aveva saputo, questo titolo era stato fortemente voluto da uno dei finanziatori del festival, anzi da quello più generoso.

Quella mattina, però, non ci voleva pensare. Aveva deciso di fare una breve passeggiata, prima delle prove del suo concerto. Si era informato dal portiere dell’albergo, che parlava un inglese essenziale circa quale passeggiata non troppo impegnativa poteva fare per ammirare le montagne Svizzere di quel cantone.

“Se non c’è mai stato, dovrebbe andare alla Ziegler Hütte che in tedesco significa rifugio Ziegler.”

“Quale sentiero devo seguire?”

“È facile. Uscito dall’albergo, superato il parcheggio troverà le indicazioni per la Ziegler Hütte. Comunque, deve seguire per circa tre chilometri il sentiero numero 20.”

“È difficile la strada?”

“No, il primo tratto è una strada forestale larga e comoda, in falsopiano. Poi la strada si restringe e diventa un sentiero abbastanza ripido. Ma lei è giovane e ce la farà agevolmente. Ha una giacca a vento? Oggi potrebbe piovere.”

“Sì, grazie. Vado sempre in giro con la mia giacca a vento imbottita.”

“Ottimo, Maestro. Buona passeggiata.”

Aveva provato un pò di disagio a essere chiamato Maestro, considerata la sua giovane età, ma sapeva che doveva farci l’abitudine.

Il cielo era un pò coperto, ma il sole ogni tanto appariva tra le nuvole. La strada effettivamente non era faticosissima, anche se ci sarebbe stato da discutere a proposito del falsopiano del primo tratto. In realtà la strada si inerpicava subito dopo la prima curva. Camminare, comunque, gli faceva bene, lo distraeva.

Dopo circa due ore raggiunse il rifugio. Era una tipica baita svizzera, con tanti gerani rossi alle finestre, tutta di legno con il tetto spiovente e un comignolo fumante. Fuori c’erano diversi tavoli sotto dei grandi ombrelloni. Dentro c’era un forte odore di legna bruciata che emanava da un grande camino. Le pareti delle stanze del rifugio erano tutte boiserie affumicate, annerite da anni di fumo.

In un angolo scorse un vecchio che stava sorseggiando una tazza di thè o qualcosa di simile. Improvvisamente l’anziano si rivolse ad Anton: “Ma lei è Anton Mincović, il celebre pianista!”.

Anton voleva starsene un pò da solo quella mattina ma, non riuscendo a nascondere un certo disappunto, rispose “Sì, in effetti sono io”

“So benissimo chi è lei. Mi dispiace disturbarla, ma mi presento sono l’ingegner Karl Ziegler, proprio come il nome di questa baita, ma non siamo neanche parenti… Non dovrei dirlo, ma sono uno dei finanziatori di questo festival. Adoro la musica classica e da giovane ho studiato il pianoforte con un certo successo. Non mi posso neanche lontanamente paragonare a lei Maestro, ma i miei insegnanti mi dicevano che potevo avere un futuro come pianista. Invece, sono stato travolto dagli affari di famiglia e ho abbandonato con grande dolore la musica”.

“Peccato” disse Anton, ma lasciò cadere il discorso.

“Posso offrirle qualcosa da bere, Maestro?”.

Anton sentiva un qualcosa di canzonatorio in quell’essere chiamato Maestro, coglieva un sottile tono ironico nella voce dell’ingegnere.

“Sono stato io a voler titolare il suo concerto ‘Gli ultimi saranno i primì, perché sono tutte le ultime sonate composte da Schumann, Shostakòvic e Beethoven”.

Era, dunque, stato questo ricco ingegnere svizzero a decidere quel ridicolo titolo per la sua esibizione. Che c’entrava il Vangelo con queste sonate, non si sa proprio, pensò Anton dentro di sé.

“Non trova originale questa trovata? Ma le posso offrire qualcosa da bere? Io sto bevendo un vin brûlé, anzi a dire la verità è la mia seconda tazza. Lo so, di mattina non è proprio bene bere alcolici, ma sento freddo e qui sta per venire a piovere”.

In effetti aveva cominciato a piovere e presto la pioggia si era trasformata in un vero acquazzone molto violento. Nella baita non si riusciva a vedere quasi nulla: la luce del fuoco nel camino, e le lampade sopra i tavoli erano troppo fioche per contrastare il buio che accompagnava la pioggia torrenziale.

“La ringrazio, ma preferisco una tazza di thè caldo” disse Anton, declinando l’invito dell’ingegner Ziegler.

Questi, si rivolse al gestore della baita: “Per favore, mi porta ancora una tazza di vin brûlé?”.

Anton capì che la voglia di chiacchierare dell’anziano era dovuta anche alla generosa libagione.

“Le faccio pena, vero?”.

Anton non si aspettava quell’uscita improvvisa e dentro di sé pensava che non esistesse al mondo niente di più triste e squallido delle lamentazioni di un ubriaco, specie di mattina.

“Non ero un grande pianista, come lei Maestro, ma non ero neanche un pesta-tasti. I miei insegnanti, tra i migliori della Svizzera, non mi stimavano. Dicevano ai miei genitori che ero un mediocre pianista. Però, intanto, si facevano pagare, e profumatamente. I miei genitori pagavano perché inseguivano l’ambizione di avere il proprio figlio pianista! Non accettavano assolutamente l’idea che io potessi essere mediocre. Tutta la mia vita è stata spesa inseguendo un sogno di qualcun altro, non mio. Mediocre, mediocre. Mi rimbalza in testa sempre questa parola ‘Mediocrè e mi pare di sentirla la voce dei miei insegnanti ‘Suo figlio è mediocrè E poi, se non esistessero i mediocri, come fareste voi a eccellere? I mediocri sono indispensabili per voi eccelsi musicisti! Bach era un genio assoluto, forse il più grande musicista di sempre. Chissà quanti musicisti c’erano all’epoca di Bach, ma oggi non ne ricordiamo neanche uno perché erano mediocri. Forse qualche studioso un pò malato si ricorderà di qualcuno di loro. Forse, qualche povero disgraziato suonerà la musica di questi musicisti mediocri in sale da concerto mezze vuote perché nessuno conosce gli autori nel programma. Ma Bach sarebbe ancora Bach se, invece che da musicisti mediocri, fosse stato circondato da musicisti eccelsi, celestiali come lui? Penso proprio di no! Dovreste essere grati a noi mediocri se voi emergete, se risaltate nei programmi dei festival o delle sale da concerto! Per gli antichi romani la ‘mediocritas’ era una grande virtù, forse la più grande. Quinto Orazio Flacco parlava della ‘aurea mediocritas’ e non pensava fosse una maledizione. Anzi auspicava che le persone potessero essere mediocri, cioè moderati, equilibrati, sobri… Ma io non sono sobrio, credo di aver bevuto troppo…”.

Sembrava non dovesse smetterla mai di parlare, e fuori continuava il diluvio.

“Arriva o no questo vin brûlé?”, si rivolse sgarbatamente al gestore del rifugio.

E riprese: “Quando tra pochi giorni salirà sul palco e incomincerà a suonare il suo Fazioli gran coda, si ricordi di noi mediocri, di noi disillusi, abbastanza bravi da sapere di essere dei mediocri. Sì, perché se io so da me stesso di essere un mediocre pianista lo devo al fatto che so suonare mediocremente. Se io fossi totalmente incapace, forse potrei pensare di essere bravissimo. Ma la mediocrità è una maledizione, una persecuzione a cui la vita ci condanna!”

L’ingegner Ziegler era irrefrenabile, sembrava che non dovesse smettere più di lamentarsi. Bevve con avidità la sua terza tazza di vin brûlé. Poi, all’improvviso, come aveva iniziato, si ammutolì. Disse solo “Vi chiedo scusa.”, e tacque.

Fuori la pioggia si era trasformata in una lieve pioggerella. Anton approfittò di questa schiarita per uscire dal rifugio.

“Arrivederci” disse uscendo, “Grüß Gott” rispose il gestore del rifugio.

Solo l’ingegner Ziegler non rispose e rimase in silenzio davanti alla sua tazza ormai vuota.

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