Violette
Il piccolo sentiero di mattoni costeggiava il giardino e aveva un’aria tersa e antica: un sentore di muffa che ne permeava l’ombra umida.
L’acciottolato rossiccio, al mattino presto, luceva di nebbia fusa; le fughe grigie creavano un reticolo di piccole cornici dentro le quali erano racchiusi i mattoni bombati.
Il viottolo era interrotto da un cancello di ferro, dipinto di verde brillante, chiuso da un catenaccio: da quella parte, che affacciava su un boschetto di querce centenarie, si poteva uscire solo se accompagnati da un adulto.
All’angolo iniziale del viottolo, delle piante di acetosella dai fiori rosa, con le foglie simili a quelle del trifoglio, formavano una siepe che separava il giardino da un piccolo slargo che accoglieva un tavolo di granito bianco.
Bianche e fredde anche le panche intorno, lucide di guazza, a quell’ora.
Al limitare della piccola siepe, proprio all’inizio del vialetto, sulla destra cominciava un’infilata di piante di violette, che proseguiva fino al cancello verde.
Sul lato sinistro, come a proteggere chi passava, una casetta di mattoni di una tonalità di rosso diversa da quello dei ciottoli a terra: in primavera e in estate la casetta si copriva di una soffice, fresca coltre di vite americana che virava dal verde al viola.
Allo straordinario color rosso fuoco di cui essa si accendeva in autunno, seguiva la caduta delle foglie che, a seconda se secche o bagnate, creavano un tappeto crepitante o morbido sotto le scarpe.
D’inverno poi, restavano attaccati ai rami solo dei peduncoli rossicci e piccole barbe grigiastre, come piccole dita immobilizzate nel gesto di un grattare frenetico al muro di sostegno.
Quasi tutte le mattine di primavera, prima di uscire per andare a scuola, indossati grembiule nero e fiocco rosa che nella mia scuola usavano come divisa, scendevo in giardino e mi avviavo.
A volte mi fermavo a staccare un gambo di acetosella e a succhiarlo: un sapore acidulo, molto gradevole, si depositava in fondo al palato.
Di solito raggiungevo direttamente il vialetto; come in una specie di piccolo rituale mi ponevo al centro e guardavo in fondo il cancello, dal colore improbabile – avrei saputo più tardi che per dipingerlo era stato usato un avanzo di vernice trovato in cantina.
Poi alzavo gli occhi ad ammirare il muro col suo tappeto verde spiegato dal tetto a terra, figurandomelo – chissà perché – come la gualdrappa di un elefante indiano, con le decorazioni di mille colori vivaci dipinte sulla fronte e il suo cornac munito di uncino dorato e di turbante.
Alla fine mi giravo verso destra: apparentemente non vedevo che un’infilata di foglie verde scuro, a forma di cuore.
Chinandomi, però, e sollevando le foglie, scoprivo piano piano quelle timide creature viola, con i petali sollevati come ali di farfalle colte nel momento di posarsi.
Che sensazione indescrivibile riscoprire nell’aria tiepida del mattino quelle corolle profumate, coglierle una ad una con una mano e passarle nell’altra per farne un mazzetto.
Che delusione se un fiore si staccava dal gambo: mi sentivo come se avessi commesso un delitto.
In un certo senso era così: la povera viola veniva messa a morte in diretta, non affidata come le altre alla lunga agonia di un vasetto colmo d’acqua sulla cattedra della maestra.
Oggi, da adulta, mi intenerisco al ricordo di quelle ignare dita di bambina, che ogni mattina condannavano a morte quelle creature tanto amate.
