Al Carmine
Un abito nero e bianco. Non mi ricordo se avesse anche il colletto bianco, ma sì, credo fosse bianco, con dei piccoli merletti, gli stessi che aveva sui polsi. Ma questo non aveva di certo importanza ai nostri occhi.
Portava degli occhiali con le lenti spesse che gli facevano gli occhi piccoli e sottili; erano occhiali con la montatura nera, stretta sia sul naso che sopra le orecchie così che quando se li levava aveva il naso e soprattutto la pelle sopra
le orecchie, rosse e segnate dalle stanghette. E si vedeva che gli davano fastidio, ed era questo che caratterizzava di più il suo volto, tondo, grassoccio, sempre rosso e costantemente lucido.
Don Quinto era il parroco della chiesa del Carmine nel mio quartiere ad Ascoli Piceno.
Io ero un bravo chierichetto, andavo fiero della mia tunica bianca con il colletto rosso che mettevo sui vestiti prima che iniziasse la messa. Con noi c’era anche una femmina; era schiva, parlava poco, ma era brava a giocare a pallone.
Ricordo la quiete della chiesa e la nostra sacrestia. Lì anziane donne vestite di nero si fermavano a parlare con Don Quinto: erano loro a parlare, raccontavano episodi tristi che le facevano spesso piangere. Lui si limitava ad ascoltare, poi ad un certo punto si levava gli occhiali, li puliva con un fazzoletto che teneva nella manica del vestito e, una volta che quelle poverette erano rimaste in silenzio, sussurrava a loro delle parole che noi però non sentivamo perché quel dolore ci aveva fatto allontanare. In quei momenti cercavamo di giocare nella sacrestia consapevoli che non avremmo dovuto mostrarci felici, non sarebbe stato bello. Poi Don Quinto ci chiamava a raccolta e recitavamo l’Ave o Maria.
Ricordo il grande armadio di legno scuro dove erano conservati gli abiti religiosi ed il loro odore acre. I giornali su un tavolo di legno anche questo scuro; non li leggevo perché mi sembrava parlassero di cose noiose e io non ne volevo sapere.
Ci stavamo preparando per la prima comunione io, Corrado e un altro bimbo, che chiamavamo Ciccio; lui era il più grande e il più forte di tutti ma era anche il più buono. Loro abitavano in una ruetta vicino alla chiesa in case più povere della mia, io abitavo oltre il ponte, in un quartiere nuovo; andavamo in classe insieme.
Quella Primavera del millenovecentosettantotto eravamo in chiesa quando venne una mamma con la sua bambina e disse a Don Quinto che i brigatisti avevano ucciso Aldo Moro.
Don Quinto ne rimase sconvolto e ci esortò subito a pregare per lui e noi così facemmo, insieme alla donna e alla sua bambina.
Moro in realtà non era stato ancora ucciso, lo scoprii al telegiornale alcune settimane dopo e pensai che quelle preghiere erano state un po’ inutili. In quel periodo venne organizzato un torneo di calcio tra le scuole di Ascoli e noi, con la nostra classe, partecipammo.
Io, Corrado, Ciccio e Giancarlo formammo una squadra. Giancarlo era il mio compagno di banco; era di un altro quartiere e veniva a scuola da solo con una bici da corsa rossa ed io, che andavo a scuola accompagnato da mia madre con la macchina e tornavo sulla canna della bici di papà, lo invidiavo molto.
Era impensabile per me andare con la bici da solo in giro per Ascoli. Ma lui a calcio era una schiappa e non era neanche tifoso dell’Ascoli, diceva che il calcio non gli piaceva vederlo, semmai giocarlo, ma non ci sapeva fare.
Le partite le avremmo giocate in un campetto proprio vicino alla nostra chiesa e quello fu per noi un colpo di fortuna, potevamo andarci da soli a piedi; Giancarlo sarebbe venuto con la bici.
Il giorno della partita coincise con il primo giorno di ritiro in preparazione della prima Comunione.
A mamma dissi che la partita iniziava dopo il ritiro e così fecero anche gli altri; ci ritrovammo tutti al campetto per la partita. La squadra avversaria non si presentò e così vincemmo a tavolino la prima partita; allora giocammo un po’ tra di noi e ricordo che Ciccio fece un goal di testa, ho impressa nella mente l’immagine del suo viso che colpisce il pallone con gli occhi chiusi.
Per uno strano destino anche la seconda partita coincise con un’altra giornata di preparazione alla Comunione. Don Quinto aveva sistemato una cinepresa nella stanza accanto alla sacrestia; avremmo visto un film sulla vita di Gesù.
Io avevo una camicetta a strisce bianca e blu e uno zainetto con il cambio per la partita: mamma mi aveva scoperto e mi aveva vietato di andare al campo prima della fine della proiezione.
Mi accompagnò sino alla porta della chiesa, c’era Don Quinto ad aspettarci, si scambiarono una veloce occhiata d’intesa.
Corrado e Ciccio vennero alla proiezione già vestiti con la maglietta che ci eravamo fatti preparare dalle nostre mamme, con i numeri attaccati con il
nastro adesivo; salutarono Don Quinto e lasciarono un mazzo di fiori ciascuno in chiesa sotto la statua della Madonna e sgattaiolarono al campetto.
Quando il film finalmente finì corsi fuori la chiesa e chiesi a mamma di raggiungere il campetto con la macchina per fare prima. Pochi minuti dopo ero in macchina e li vidi camminare verso la chiesa, abbassai il finestrino e gridai: “Ciccio che abbiamo fatto?” Camminava a testa bassa alzò di scatto la testa e mi rispose: “Abbiamo vinto, ah no, abbiamo perso!”. Non ho mai capito come mai sbagliò a rispondermi.
Finì tre a due per l’altra squadra, fummo eliminati. Ne sento ancora il peso addosso.
Quella sconfitta, il film sulla vita di Gesù visto da solo fino alla fine mentre i miei compagni giocavano, il rigore di mia madre nello scegliere in ogni occasione la via più difficile per fare le cose, misero un po’ in salita l’inizio della mia adolescenza.
Pochi giorni dopo tornando da scuola con mio padre incontrai l’allenatore dei pulcini dell’Ascoli che era un suo cliente.
Dopo un po’ che chiacchieravamo papà mi disse: “Che dici, ci vuoi giocare con i pulcini dell’Ascoli?”.
Io non risposi, ero troppo timido per farlo, ma forse il mio sorriso nascosto dietro il braccio di mio padre o aver stretto forte la sua mano gli fecero capire tutto.
Mia mamma fu categorica: “I figli degli operai giocano a calcio, tu non ci vai!”
Io non dissi nulla, non risposi, piansi, ma di nascosto, a casa d’altronde non c’era spazio per discutere.
“Che fai rispondi? Non rispondere quando ti parlo!”.
Erano generazioni diverse, loro erano figli della guerra.
Quando mia mamma aveva otto anni suo padre era nei campi di prigionia in Polonia da tre anni.
La guerra era ancora lì dietro l’angolo; il più grande cruccio di mio padre da giovane era quello di non essere partito per la guerra: ”Se fosse durata sei mesi di più sarei partito” raccontava sorridendo, ma lasciava anche intendere che era stata una gran fortuna non essere partito.
Voleva raggiungere suo fratello maggiore che era lì a combattere e di cui si erano perse le tracce. Dopo l’armistizio Zio Umberto aderì alla Repubblica di Salò ma quando gli dissero che doveva sparare agli italiani si buttò da un treno in corsa e tornò a piedi da Bologna con i vestiti che gli aveva dato un contadino.
Quelli sono ricordi in bianco e nero, tristi e a me per fortuna sconosciuti, come la parola guerra.
