Blackout


Blackout

Roma, Luglio 2026. Un’afa che si suda da fermi, già al mattino presto fanno 27 gradi e pure ora che sono le sei e mezza di pomeriggio, c’è ancora un’aria appiccicosa che non mi fa respirare. Sto tornando a casa dopo una stancante giornata di lavoro e mi ricordo che devo anche comprare qualcosa per cena. Mentre spossata e sudata cammino verso la Conad, noto la signora Franca della merceria sotto casa, in piedi per strada, a braccia conserte. Mai vista la signora Franca fuori dal suo negozio in sei anni che vivo in questo quartiere. Metto da parte questa considerazione e mi concentro su quello che devo comprare: niente cose inutili, che fra poco parto per le vacanze. Bresaola e mozzarella andrà benissimo. Mentre sono in coda per pagare, un’altra anomalia attira la mia attenzione: una cliente chiede se può lasciare alla cassa il suo cellulare, in carica. Strano – ho pensato – ma siccome prima l’avevo vista parlare da sola ho ritenuto che quella fosse una richiesta coerente col personaggio e non ho dato troppo peso alla cosa. All’uscita il caldo soffocante mi investe di nuovo. Noto con sorpresa che i ristoranti sono al buio e il mio amico bangladino infilato nel congelatore con tutto il contenuto sparso fuori, che asciuga acqua e impreca. Raggiungo la gelateria sotto casa e anche lì c’è un insolito e chiassoso via vai di bambini, che corrono col cono gelato in mano.
«Che succede signora?», chiedo ad una vecchietta seduta lì fuori.
«Manca la corente. Me so’ seduta qui perché Andrea regala i gelati», sventola una coppetta di gelato davanti al mio naso e sorride sotto un paio di ispidi baffi al cioccolato. Finalmente capisco perché anche Andrea è infilato dentro al frigo di torte gelato e semifreddi, a raccogliere l’acqua del refrigeratore spento.
«Da quanto manca, Andrè?»
«Da una vita Marì… Dalle due!».
Resto sgomenta, quattro ore e mezza senza elettricità. Il gelataio, con il suo fare serafico si siede ai tavolini fuori dal negozio accettando l’amara realtà: ci vorranno altre due ore prima che Areti risolva il guasto. In questi casi non puoi fare altro che arrenderti e aspettare, proprio ciò che il mio cervello si rifiuta di fare, rientrata a casa: oddio, speriamo che il freezer conservi tutto quello che c’è dentro! Che poi, la roba sta lì anche da troppo tempo, potrei approfittare per cucinare qualcosa così libero un po’ di spazio. Però fa caldo, e poi come cucino senza elettricità che ho l’induzione? Si sta pure scaricando il cellulare, cavolo, devo usarlo il meno possibile. Se solo le mie sorelle la piantassero di mandarmi messaggi audio! Basta, accendo la tv così mi distraggo… Sì certo, senza corrente come faccio?
Sconsolata, mi preparo un po’ di bresaola e mozzarella e con il piatto pieno mi affaccio in balcone, almeno arriva un poco di aria. Mentre me ne sto a guardare nel vuoto, mi accorgo della gente che si è riversata per strada, vedo persone sedute in piazza a chiacchierare, si salutano e si raccontano i disagi perché senza elettricità me tocca fare le scale e devo chiamà nonna che quella s’agita e me se scongela tutto. E noto quasi una specie di serenità diffusa, nonostante l’oggettiva difficoltà. D’improvviso alla finestra del palazzo di fronte una luce si accende e dal freezer risuona il biiip che mi avvisa che la temperatura è salita troppo.
La corrente è tornata, finalmente, dopo 8 ore. Eppure le persone rimangono per strada… Forse hanno riscoperto la bellezza dello stare insieme, chiacchierare e darsi una mano, anche se fa caldo. Perché chiusi con l’aria condizionata si sta al fresco, ma anche soli. Forse in fondo possiamo sopravvivere anche senza corrente, perché ciascuno di noi è una luce accesa per l’altro.
Sì però ora fatemi controllare che in freezer non si sia scongelato nulla!

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