Il foglio bianco


Il foglio bianco

Ogni sera era sempre uguale.
Rientrava da lavoro con la sensazione che la giornata le fosse scivolata addosso senza lasciare traccia.
Appoggiava le chiavi sul mobile dell’ingresso, preparava qualcosa di
veloce da mangiare, sistemava i piatti nel lavello e dava una rapida occhiata fuori dalla finestra. Le finestre del palazzo di fronte si illuminavano una dopo l’altra come se qualcuno avesse dato il via a uno spettacolo silenzioso.
Poi arrivava il suo momento preferito.
Entrava nello studio, una piccola stanza con una libreria, una pianta ormai un po’ stanca e una vecchia scrivania in legno. Prima ancora di sedersi allungava la mano verso l’interruttore della lampada
La luce si accendeva sempre con lo stesso, lieve scatto. Era una luce calda, accogliente, capace di lasciare il resto della stanza in penombra.
Quella luce le faceva credere che tutto fosse possibile, che bastasse sedersi, prendere una penna o aprire il computer e le parole sarebbero arrivate da sole.
Non succedeva. Restava lì, immobile, a fissare il foglio bianco.
Scriveva una frase. La cancellava. Ne iniziava un’altra. Non le piaceva.
Provava a raccontare un viaggio, un ricordo d’infanzia, una storia d’amore inventata.
Tutto le sembrava già letto, già sentito, già vissuto da qualcun altro. Così spegneva la lampada e andava a dormire.
La sera successiva ricominciava.
La luce, la sedia, il foglio bianco. L’attesa.
Passavano i giorni, poi le settimane.
Ogni mattina la sveglia suonava alla stessa ora. Lo stesso tragitto, gli stessi colleghi, gli stessi discorsi davanti alla macchinetta del caffè. Persino il cielo sembrava avere sempre lo stesso colore. Eppure lei continuava, ogni sera, ad accendere quella lampada.
Qualcuno avrebbe detto che era tempo perso.
Lei, invece, non riusciva a rinunciare a quel piccolo rito. Era come se quella luce tenesse viva una parte di sé che durante il giorno rimaneva nascosta. Una sera rimase seduta più a lungo del solito.
Non cercava più una storia straordinaria. Era stanca di inseguire idee brillanti, personaggi indimenticabili, finali sorprendenti.
Guardò il foglio. Guardò la luce che cadeva sulla scrivania. Poi sorrise. Forse aveva cercato troppo lontano. Forse la storia era sempre stata lì, davanti ai suoi occhi.
Prese la penna e scrisse: “Ogni sera torno a casa stanca. Accendo una luce sulla mia scrivania e provo a scrivere qualcosa. Non ci riesco mai. Continuo a farlo ogni giorno, senza sapere perché.”
Si fermò un istante. Per la prima volta non cancellò nulla.
Continuò. Raccontò la noia delle sue giornate, il silenzio della stanza, il rumore dell’interruttore, il foglio che restava bianco, l’ostinazione con cui, nonostante tutto, tornava ogni sera davanti a quella luce accesa.
Le parole iniziarono a seguire una dietro l’altra, senza fretta. Le emozioni finalmente trovavano il coraggio di uscire. Quando alzò gli occhi era passata più di un’ora. Sul tavolo non c’era più un foglio vuoto, ma una storia. Non parlava di avventure, di misteri o di imprese straordinarie. Parlava di una donna qualsiasi, di una vita apparentemente uguale a mille altre e di una piccola lampada accesa ogni sera.
Capì allora che non serviva aspettare una vita eccezionale per avere qualcosa da raccontare. A volte basta osservare davvero ciò che si vive. Per la prima volta, non ebbe la sensazione di aver perso tempo. Spense la luce e se ne andò a dormire.

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