Casta Diva


Casta Diva

Era domenica. Alle due del pomeriggio, il paese sembrava morto, stordito dall’afa estiva. Dentro casa, però, faceva fresco, grazie ai muri spessi, di pietra. Suo padre, come ogni domenica, se ne stava buttato sul letto a smaltire la sbornia e il suo russare cavernoso echeggiava nel corridoio.
Dopo aver pranzato da sola, gli lasciò, coperto, il piatto di maccheroni cosparsi di pecorino; rassettò la cucina, lavò il pavimento e accostò gli scuri della finestra. Andò poi in camera sua a scegliere una camicetta da mettere sui jeans. Si guardò alla specchiera un po’ annerita dell’armadio, slacciò ancora un bottoncino della camicia e si raccolse i capelli in una coda alta. Quando uscì, erano appena le quattro: un’ora prima del consueto appuntamento domenicale con le amiche.
In piazza, già lo sapeva, si sarebbe seduta sulla solita panchina, avrebbe visto la solita gente e fatto le solite chiacchiere; perché in quel posto non succedeva mai niente! Non le dispiaceva perciò passeggiare un po’, in solitudine. Appena superato il ponte, dal lato destro della strada, si poteva prendere un sentiero scosceso che portava giù ai “massi”, come li chiamavano in paese. D’estate, infatti, il margine del fiume in parte si asciugava lasciando affiorare una spiaggia ciottolosa, e lì enormi massi bianchi brillavano al sole.
Si sedette su uno di questi e se ne restò a guardare il fiume, che scorreva placido e indifferente, portandosi via foglie e rami caduti. « In fondo la vita va allo stesso modo», si disse. Tutto era scivolato via, nel tempo: l’infanzia spensierata, l’adolescenza troppo presto impietrita dal dolore; perché sua madre, una mattina, non si era risvegliata dal sonno. « Cara Teresa…», avevano commentato le amiche, «Ha fatto la morte dei giusti! ». E in effetti, lei era rimasta col genitore “ingiusto”, quello che non la conosceva affatto; quello che avrebbe voluto avere un figlio maschio; e che, di lì a poco, le avrebbe proibito di continuare gli studi, costringendola a lavorare in negozio, tra chiodi, bulloni, tubi, trapani, e altre ferramenta. Sì, gli anni erano passati veloci, inarrestabili, come le piccole lame di luce che, ora, correvano sull’acqua.
Una trota sguizzò in superficie, vicino alla riva, e le riaccese il ricordo improvviso di quel che era successo tre estati prima…

Le tornarono in mente i manifesti affissi al palazzo municipale e le locandine nei bar: sulla foto dei magnifici loggioni di un teatro, spiccava l’annuncio:” Concorso canoro per giovani talenti della lirica”. Il concorso si sarebbe svolto in piazza, nel loro paese, a fine agosto, alla presenza di una giuria di esperti. Le era saltato il cuore in gola. Fin da piccola, aveva amato la musica classica. Sua madre, che aveva studiato canto, le aveva fatto da maestra. Con lei aveva ascoltato, centinaia di volte, le arie operistiche più famose, e le erano entrate nelle vene, nei polmoni. Nel cuore.
Di alcune sapeva leggere addirittura gli spartiti, che poi, al termine di quelle lezioni segrete, venivano riposti subito e conservati in una scatola, sul pianoforte. E ora, inatteso, arrivava quel concorso … Con la complicità della sua amica del cuore, all’insaputa di suo padre, era riuscita a iscriversi!
Dal fiume, ora, si stava alzando una leggera brezza. Chiuse gli occhi. Voleva rivivere ogni attimo di quella notte.
La piazza era gremita, le luminarie accese. Lei era salita sul palco, col vestitino di seta verde a pois neri, prestatole dall’amica; aveva appoggiato, con mani tremanti, lo spartito sul leggio e, all’improvviso, il tempo si era fermato.
«…eseguirà per voi», annunciava, in quel momento, il presentatore, « “Casta Diva”, dalla “Norma” di Vincenzo Bellini, una preghiera toccante e appassionata, rivolta alla Luna…».
Le luci del palco si erano abbassate. Solo un “occhio di bue”, puntato su di lei. Partirono gli archi. E poi il suo canto:
« Casta Diva, casta diva che inargenti le piante…»
Le foglie dei lecci, in piazza, avevano avuto un fremito. Lei lo aveva sentito.
E… si era sentita. Per la prima volta. Aveva sentito la sua voce. Sentito la sonorità della sua anima che finalmente si librava: nitida e struggente.
Allo spegnersi dell’ultima nota, erano seguiti tre secondi di silenzio irreale e poi il fragore dell’applauso del pubblico, incontenibile.

Solo un’ombra in tanta luce: suo padre. Lei lo aveva visto dal palco. Non si era girato neanche un momento, era rimasto di spalle, seduto al tavolino coi suoi compari di briscola, e di sbronze. Come una statua di sale. Gli si era avvicinata lei, poco dopo, con gli occhi lucidi, e in mano la pergamena di vincitrice del Primo premio. Lui aveva girato appena la testa, senza guardarla negli occhi. « Per me, lo puoi buttare quel foglio», le aveva detto, aggiungendo solo: « ricordati che, domattina, devi aprire alle sette e fare l’inventario». L’indomani, dopo una notte insonne, intrisa di emozioni, lei si era alzata ed era andata ad aprire il negozio.

Poi, tanta acqua era fluita di nuovo, nella sua vita, ripetitiva, monotona, come il gorgoglio del fiume, che ora l’aveva ipnotizzata e portata a ricordare… In quel momento, si accorse che più avanti un ramo si era incastrato tra i sassi e la corrente non se l’era portato via con sé.
“Forse, però, le cose potevano andare anche diversamente” le venne da pensare.
Non si era mai disfatta della pergamena, né del foglio che attestava la sua ammissione alla “Nuova Accademia lirica” di Palermo, con una borsa di studio valida dal momento in cui fosse diventata maggiorenne.
Aveva chiuso tutto nella scatola degli spartiti, e la scatola l’aveva nascosta in alto, nel suo armadio. Incastrata lì, come quel ramo tra le pietre.
Si alzò e fece qualche passo per avvicinarsi al punto dove il tralcio si era incuneato.
Si sporse dalla riva, lo afferrò e, strattonandolo, lo liberò dai massi, senza mai lasciare la presa.
Si sedette ancora sulla ghiaia, per guardarlo da vicino, come fosse un trofeo: era solo un ramoscello contorto e nodoso ma aveva sfidato il fiume. Lo ripose nella sua borsa di iuta, placando la frenesia che cominciava a sentire.
Si era fatto tardi, passò velocemente in piazza per salutare le amiche ma non si trattenne molto.
Voleva rientrare a casa. Camminando, stringeva la borsa sottobraccio e avvertiva ogni tanto la legnosità del ramo, strappato alla corrente. Le dava forza.
Sulla soglia di casa, incontrò il padre che usciva a quell’ora, sgualcito come sempre, con la barba incolta e con la fretta cattiva di tornare al suo bicchiere.
«Hai mangiato i maccheroni? », gli chiese.
« Sì, ma ho vomitato. Vedi di pulire. E ricordati che domattina, alle otto, apri tu il negozio»Nient’altro. Si allontanava già. Senza un minimo accenno al fatto che lei l’indomani avrebbe compiuto diciott’anni.

La mattina seguente, alle otto in punto, alla stazione del paese, una ragazza prese il regionale per Palermo.
Parecchio più tardi il padre, dopo essersi alzato a fatica dal letto, raggiunse la cucina. La luce del giorno gli ferì gli occhi, perché nessuno aveva accostato gli scuri.
Sul tavolo trovò le chiavi del negozio, una lettera e un piccolo ramo contorto e nodoso. Ancora umido.

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