Davanti alla rete
Hanno tutti quindici anni, ma sembrano già sapere troppe cose e, allo stesso tempo, non capirne ancora nessuna fino in fondo.
Stanno sempre nello stesso angolo di periferia della grande metropoli, una città che ha spazio per tutti ma non accoglie nessuno.
Si incontrano davanti alla rete di una società sportiva dove, ogni giorno, ragazzi di tutte le età entrano ed escono per giocare a calcio.
Il rumore del pallone che rimbalza, i fischi degli allenatori, il vociare delle tribune fanno da sottofondo costante alle loro giornate.
Si riconoscono da lontano: piumino nero, una o due taglie più grande, pantaloni della tuta, marsupio a tracolla e scarpe da ginnastica consumate.
È una divisa non scritta, come se servisse a dire: “Io sto qui”, senza bisogno di parlare.
Eppure nessuno li riconosce davvero: sembrano tutti uguali.
Quando arrivano, senza un vero appuntamento, non si salutano tutti allo stesso modo. C’è chi fa pugno contro pugno e poi batte cinque, chi dà la mano senza stringerla, chi solleva appena il capo, senza parlare. Un contatto veloce, quasi distratto.
Gli occhi, invece, si incontrano poco: lo sguardo cade spesso sul telefono, tra storie, video e messaggi che scorrono senza fermarsi mai.
“Bro.”
“Fra.”
Due parole, sempre quelle, ma con significati che cambiano ogni volta. Un codice che capiscono solo loro. E forse è giusto così: è il loro linguaggio, il loro piccolo mondo chiuso, dove gli adulti non entrano.
A pochi metri da loro, dentro quel campo, altri ragazzi corrono davvero. Hanno maglie numerate, orari, regole. Si chiamano per nome, o con soprannomi affettuosi, si cercano con lo sguardo, sbagliano e riprovano.
Alcuni di quelli sulla panchina, ogni tanto, hanno fatto o fanno ancora parte di quel mondo. Si vede da come seguono il gioco senza volerlo, da come il piede scatta leggermente quando il pallone passa vicino alla rete.
A volte arrivano anche loro, le ragazze. Si avvicinano piano, come se quel gruppo fosse un confine da attraversare senza fare rumore. Cercano uno spazio, uno sguardo, una parola in più.
Alcune si vestono uguali tra loro, per non restare fuori: pantaloni elasticizzati, pancia scoperta anche quando l’aria punge, trucco pesante, unghie rifatte. Altre invece provano a distinguersi, ridono più forte, parlano di più, si muovono come per farsi notare.
Ma il risultato, spesso, è lo stesso.
Il gruppo le vede senza guardarle davvero.
I ragazzi continuano a scorrere i telefoni, a parlarsi a metà, a ridere tra loro. Qualche occhiata veloce, niente che resti. E quelle attenzioni che le ragazze cercano — uno sguardo che dica “Ti ho visto”, “Sei bella” — si perdono prima ancora di arrivare.
Passa qualcuno più grande, un uomo anziano, uno di quelli che non è abituato a questo modo di mostrarsi. Si gira, osserva, magari resta qualche secondo di troppo. Loro se ne accorgono, ma fanno finta di niente. Non è quello lo sguardo che vogliono.
Eppure, in quel gioco silenzioso di presenze e assenze, c’è qualcosa che resta sospeso.
I ragazzi fuori dalla rete, le partite dentro, le ragazze ai margini: mondi vicini che non si toccano davvero.
Qualcuno tira fuori la sigaretta elettronica e soffia nuvole leggere che si perdono nell’aria. Qualcun’altra sistema i capelli, controlla lo schermo nero del telefono come fosse uno specchio.
Chi gioca a calcio ha un passo diverso. Si vede. Ha un posto dove andare, degli orari, qualcuno che lo aspetta.
La strada, con lui, sembra avere meno presa. Non perché sia più forte, ma perché è meno solo.
Sono loro, in un certo senso, i pionieri del gruppo. Quelli che, senza dirlo, tracciano una possibilità: un modo per restare insieme senza perdersi.
Gli altri li seguono con lo sguardo, anche se fanno finta di niente.
Poi, per un attimo, qualcuno alza la testa dal telefono. Il pallone colpisce la rete proprio davanti a loro.
“Oh fra, giochiamo?”
E in quell’istante, fragile, in mezzo a tutto quel rumore silenzioso, tornano ad avere davvero quindici anni.
