La compagnia dell’assenza


La compagnia dell’assenza

Non so esattamente quando ho cominciato a sentirmi sola. Probabilmente dal giorno esatto in cui sono nata. Mia madre Lola ha sempre preferito rompere piatti che risolvere situazioni scomode, mio padre invece, per amore verso di lei ha sempre provato a contenerla. Così facendo però si sono dimenticati di me. Erano così immersi in quel loop che quando me ne andai non ci fu neanche un filo di voce che mai mi disse “resta!”

Iniziai a frequentare una facoltà noiosa, ma con molte opportunità, che però portò a un lavoro ancora più noioso. Ero sola nel grande spettacolo della vita. A quei pochi come stai, accennavo un “bene” con una precisione chirurgica.

Mi ricordo però un giorno, in cui mi sembrò di camminare sopra le stelle. Non pioveva. Non c’era musica. Nessun destino che facesse scintille. Me ne andai sola nel bar all’angolo della strada e, come al solito, mi misi a guardare le vite degli altri.

Mi è sempre piaciuto immaginare cosa stessero passando le altre persone, sperando magari di trovare qualcuno che stesse peggio di me, ma tutti sembravano sempre così felici.

Quel giorno, quando arrivai, mi sedetti come al solito nel tavolo vicino la finestra e ordinai come al solito il mio gin lemon.

A un certo punto vidi un uomo, robusto, sulla cinquantina e con la barba, sull’atrio della porta. I tavoli erano tutti pieni e così venne verso di me, si sedette senza dire una parola e io pensai “Ecco uno che conosce il silenzio”.

Di punto in bianco prendemmo a parlare del più e del meno per poi arrivare, magari a causa dell’alcol, a raccontarci nostri pensieri più intimi. Non mi ricordo come si chiamava. Mi ricordo però che aveva perso il lavoro, i genitori erano morti e che anche lui, come me, era più solo che mai.

Decidemmo di scambiarci i numeri di telefono e mi mandò un messaggio, credo. Poi fece cenno al cameriere e arrivarono due bicchieri stretti, limpidi, da mandar giù senza pensarci.

Andai in bagno, quando tornai non lo trovai più!

Quando uscii dal bar, l’aria era fredda, questo me lo ricordo bene. Mi ricordo il rumore dei miei passi. Mi ricordo che controllai il telefono. Nessun messaggio.

A volte penso che lui sia stato solo un modo per non sentirmi sola in quella sera. A volte, invece, sono convinta che sia stato tutto vero. Che due solitudini si siano davvero riconosciute, anche solo per un’ora.

La verità è che non so distinguere tra ciò che accade davvero e ciò che desidero a tal punto da renderlo reale.

So solo che da quel giorno, quando mi siedo vicino alla finestra, lascio sempre la sedia davanti libera.

Non so se per lui. O per la versione di me che ha bisogno di credere che qualcuno, almeno una volta, si sia seduto lì e abbia capito.

E forse è questo che conta. Non se lui sia esistito davvero, ma il fatto che io, per un attimo, non mi sia sentita sola.

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