Non esiste il caso


Non esiste il caso

Entrò nel bar, con l’impermeabile chiazzato dalla pioggia e i capelli umidi. Il locale era poco illuminato ma lei lo vide subito. Era seduto al bancone, un pò chino in avanti. Immobile.

«Scusa il ritardo», gli sussurrò, raggiungendolo e avvicinando la testa all’ orecchio di lui.

Si tolse il soprabito bagnato, lo piegò, lo appoggiò sulla spalliera dello sgabello.

«Prenditi subito qualcosa di caldo…» disse l’uomo, e le sfiorò la mano, mentre lei gli si sedeva accanto.

Non si baciavano mai in pubblico.

«Un cappuccino, bollente. Grazie! », ordinò la donna al barista, un cinese diafano e taciturno, che, nel frattempo, si era avvicinato.

Lui teneva fermo tra le mani il suo bicchiere, con due dita di whiskey,

«Perché questo bar, dietro la stazione? » gli chiese.

«Parto per Torino, tra due ore. Domattina devo essere al Lingotto per la Fiera », spiegò l’uomo con un tono stanco, fissando la fede che portava al dito.

Gli era sempre andata un pò larga. E la prima volta che aveva incontrato Anna, istintivamente, se l’era tolta.

Per il tempo di una notte, aveva pensato.

Ma non era stato così. E , negli anni, non le aveva più mentito.

«Sono sposato» le aveva confessato una mattina, mentre erano ancora abbracciati sotto le lenzuola.

Lei era rimasta muta per pochi istanti, con gli occhi socchiusi, poi, stiracchiandosi, aveva risposto, con l’aria impertinente di una bambina: «Io, invece, no!».

Il barista, un pò distante da loro, aveva estratto il cestello della lavastoviglie con i bicchieri fumanti e li stava asciugando.

«Già, la Fiera», disse lei.

Restarono in silenzio per qualche secondo. Un vecchio, seduto più in là, con un gomito puntato sul tavolino, si sorreggeva la testa con la mano e tossiva a pause quasi regolari.

Senza alzare lo sguardo, lui disse ancora«…Senti… dobbiamo parlare …lo sai anche tu, lo senti anche tu che qualcosa… »

Il sibilo del vapore bollente spruzzato in un cappuccino, quasi gli coprì la voce: “Laura è incinta.”

Poi ci fu una pausa irreale.

Lei si sentì addosso l’ustione del vapore che il barista continuava a sparare nel latte.

⟨Quando ci siamo sposati», continuò lui, a fatica, «non te l’ho mai detto, Laura aspettava un bambino ma lo ha perso subito dopo. I medici non le hanno dato grandi speranze per una futura gravidanza. Lei è caduta in depressione. Mesi e mesi di oscurità senza mai riprendersi del tutto. In quel periodo, ti ho incontrato…”

«Perché dici “Laura aspettava”, ha perso” e non aspettavamo, abbiamo perso un bambino? »

«Io non lo volevo, non ho mai voluto avere dei figli. Glielo avevo confessato già da fidanzati. Non sono fatto per essere padre. Lei aveva accettato, pur di stare con me. Poi il caso ha voluto che…»

«Il caso…» gli fece eco lei.

«Sì il caso, perché le cose succedono per caso. Anche stavolta è stato così. Solo che ora lei sta impazzendo di felicità e di paura. E io mi sto spaccando in mille pezzi. Sono quattro anni che la riempio di bugie. Non posso continuare. E poi penso a te che avresti diritto a una vita tua, a un compagno tuo. Forse stiamo trascinando un rapporto che fa male a entrambi …»

Lei non lo ascoltava più. Come se l’audio si fosse interrotto. Ma lo guardava e lo vedeva diverso: spalle affaticate, mani troppo bianche e pelose , mandibola tremante.

La prima sera che si erano incontrati, quattro anni prima, lo aveva desiderato subito. Lui era a Viareggio per il Premio letterario, lei in vacanza. Ed era stato tutto elettrizzante, all’inizio.

Poi il mondo di lui fatto di libri, di storie, di cultura l’aveva spinta a riprendere in mano la sua di passione, la musica.

Lei, il suo pianoforte e lui… Gli ultimi anni di conservatorio, la specializzazione, le audizioni, i concorsi, li aveva vissuti così. Paga solo del presente.

Ma ora – e in questo lui aveva ragione – qualcosa era cambiato.

E lei voleva dirglielo, Proprio quella sera. Dio, come aveva potuto ingannarsi così?

In quello squallido bar, avrebbe voluto chiedergli – per la prima volta -… il futuro: un amore esclusivo, caldo, quotidiano.

«Sono d’accordo, Dario» trovò la forza di interromperlo e il nome di lui le suonò estraneo sulle labbra, «non possiamo continuare così. Laura è incinta, e questo cambia tutto. »

«Io non voglio essere padre, lo capisci? Ma devo. E non voglio rovinarti la vita. Preferisco sparire», disse ancora senza guardarla

«Giusto.» chiuse lei, fissandolo invece negli occhi. E si alzò in piedi.

«Mi accompagni al treno? »ebbe l’ardire di aggiungere lui.

«No.» – rispose ferma, ma senza acredine –« l’ addio, col treno che si allontana, anche no! »

Si infilò l’impermeabile ancora umido. Come un automa. «Esco prima io dal bar. Sta per piovere di nuovo. », disse. Poi gli cinse le spalle con un braccio, si chinò verso di lui e con un soffio di voce, aggiunse: «Non è buono il cappuccino, in questo bar».

Per strada camminò in fretta, muro muro ai palazzi per proteggersi dalle prime grosse gocce che cadevano. Raggiunse la macchina. E si rannicchiò sul sedile. Aveva freddo.

I vetri dell’auto erano completamente rigati dalla pioggia. Azionò i tergicristalli.e si accorse che non riusciva neanche a pensare, come se fosse caduta in un vuoto spazio temporale.

“Non esiste il caso”, riuscì a dirsi infine.

Restò ancora immobile per un pò, Le braccia abbandonate sul grembo ,ascoltando inebetita il metronomo dei tergicristallo. Poteva scandire anche un tempo in tre quarti. Uno in battere e due in levare. Il ritmo delle ninne nanne. Dolcemente si accarezzò il basso ventre. “Ti suono quella di Brahms, amore”. E mise in moto.

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