Quindici anni quasi sedici
Tamburello le dita sul volante dell’auto, lottando contro il sonno. Sono quasi le tre del mattino, io sono qui nel parcheggio e Bea – Bibbi, scusa, Bibbi – a ballare dentro questa discoteca.
È il mio nuovo ruolo da autista notturno, un compito in cui mi fanno compagnia solo lunghe file di cessi chimici, messi lì come monoliti del degrado, silenziosi e illuminati da un lampione malmesso. Che spettacolo.
Sulla loro plastica scolorita campeggiano graffiti incisi da qualche poeta urbano, solo per pochi intenditori. Uno spicca tra tutti: “Fesso chi legge”, una vera perla di saggezza di un’ironia sottile e tagliente.
Sorrido chiedendomi se l’autore sapesse che un giorno io, nel cuore della notte, mi sarei ritrovato appostato di fronte a queste parole.
Sono arrivato a questi turni di autista per gradi: prima le festicciole, poi le serate al cinema e i pigiama party fino ad arrivare ai sabati sera che non finiscono mai.
Bea – pardon, Bibbi, perché ormai mi corregge ogni volta – sottolinea sempre che a 15 anni, quasi 16 – altra cosa che tiene a specificare – una serata in discoteca è vitale. Proprio come l’aria, l’acqua e la connessione dati.
Tra le tante cose che mia figlia Beatrice detesta c’è il suo nome, e non solo ha cambiato nome, a 15 anni, quasi 16 ha sviluppato anche una certezza incrollabile su due cose: essere quasi adulta e avere sempre ragione.
Per ingannare l’attesa prendo il cellulare, apro la fotocamera, zoom, appoggio il dito per illuminare meglio la scritta “Fesso chi legge”, scatto; l’ho visto fare un milione di volte a Bea. Anzi, Bibbi.
Perfetto.
Apro Instagram, cerco un filtro che dia quel “non so che” alla foto, pubblico.
E ora? Aspetto il like?
La giro a mia moglie, ma sì dai la giro anche al gruppo del calcetto, sicuro uno di loro sarà di turno come me.
Ormai, seduto qui nel mio “papà taxi”, con i cessi chimici ci parlo pure: ma chi è il vero fesso? chi legge o chi aspetta? In ogni caso il fesso sono io.
Bea è dentro che si diverte, o almeno a fingere di farlo per raccogliere abbastanza like.
E io sono qui fuori, appostato come un detective davanti ad una fila di cubi di plastica sbiadita a sorvegliare un plotone di ragazzini.
I cessi chimici se la ridono e probabilmente anche Bibbi, nel suo mondo, con il “tunz tunz” nelle orecchie avrà già venti selfie perfetti.
Mi sembra quasi di vederla, lei e le sue amiche, tutte con la stessa espressione vagamente sofferente, labbra a cuore, sguardi persi nel vuoto. Dio solo sa cosa pensano, ma l’importante è che la foto venga bene.
Finalmente ecco che la porta della discoteca si apre.
Tra un gregge di ragazze tutte uguali, nei loro tacchi progettati, ne sono certo, da un sadico, appare anche lei, con il crop top e una gonna che, beh… diciamo, ha un’interpretazione molto liberale del concetto di “vestito”.
Scuoto la testa sussurrando ai cessi: “Ma non avranno freddo con quella poca stoffa addosso?”.
Lei si infila in macchina con il suo solito sorriso sfuggente:
“Ciao Pà”.
“Ciao, Bibbi. Com’è andata?”
“Solita gente, solita roba”, sospira come se la sua vita fosse un documentario sulle noie dell’adolescenza, tira fuori il cellulare e comincia a scrollare post.
“Bea, scrivi alla mamma per dirle che stiamo tornando”.
Mi guarda di sbieco:
“Te l’ho già detto mille volte: è Bibbi, non Bea. E non davanti alle mie amiche!”.
Sento l’inconfondibile tono paziente e inesorabile che solo un adolescente sa avere.
Poi nota qualcosa sullo schermo del mio cellulare, la notifica di un like su Instagram. Sono stupito quanto lei.
Sgrana gli occhi, mi fissa:
“Pà… ma da quando hai Instagram? Prometti che non proverai a seguirmi!”.
Alzo le mani, arrendendomi:
“Tranquilla, come farei a trovarti? Ci saranno miliardi di: Bibbi 009, Bibbi bu, Bella Bibbi, Bibbi di bobidi bu…”.
Sorrido.
“Prometto di non seguirti mai”.
“Bene, anche perché guarda qui: hai pubblicato la foto sbagliata, e non ci hai nemmeno messo la musica”.
Mi lancia uno sguardo di compatimento.
“Sei proprio un boomer, tornatene su Facebook”.
E pensare che mi sentivo pure “sul pezzo”.
“Ma dai Pà, hai 119 follower, non sei nessuno!”.
Bibbi scrolla il mio profilo con l’aria di chi ha appena scoperto un fossile.
Solleva lo sguardo un istante e legge anche lei la scritta sul bagno chimico.
“Fesso chi legge… che idiota chi l’ha scritto”, commenta quasi offesa.
Poi mi guarda con una luce sorniona negli occhi.
“Papà qualcuno doveva sapere che saresti passato di qui!”.
