Memorie di un burbero poeta
Certi giorni passano così veloci che il mattino successivo, quando svogliatamente mi alzo dal letto, mi ritrovo a rincorrere i pensieri del giorno precedente che non sono riuscito a terminare.
Un pensiero lasciato a metà è un pò come quando mia madre mi diceva: «guarda, c’è uno scoiattolo» e io mi giravo a vederlo e quello era già sparito in mezzo agli alberi. Qualche volta sono seguite urla e capricci ma il più delle volte mi è rimasto quel senso di vuoto e inafferrabilità tipico del mio carattere ombroso.
Le mie lasciate sono di gran lunga superiori alle mie occasioni colte e di perse potrei scriverci fino alla fine dei miei giorni.
Certo ora sono vecchio, di tempo non credo che ne avrò ancora molto ma, anche avessi cominciato a vent’anni, sono sicuro che ne starei ancora scrivendo.
A dirla tutta, se davvero avessi cominciato a scrivere di lasciate e perse è probabile che ne avrei perse di gran lunga di più. È un pò quello che succede a quei cani che da un giorno all’altro iniziano a rincorrersi la coda.
Quando sono cuccioli, alcuni lo fanno per gioco, li vedi ruotare su se stessi cercando di afferrare ciò che non è davvero afferrabile, e poi buttarsi di schiena in un ultimo disperato tentativo di agguantare il nemico inesistente. Basta una carezza, un biscottino e l’ossessione se ne va via così come è cominciata.
Altri invece, da grandi, iniziano a farlo per noia, per mancanza di attenzioni, trasformando il gioco infantile in comportamento compulsivo e ossessivo. Questo strano comportamento diventa frequente, prolungato, e quasi impossibile da interrompere. Si feriscono, smettono di mangiare e dormire.
Io che sono vecchio lo so bene, nei decenni passati ne ho visti tanti di uomini e donne mordersi ossessivamente la coda e io stesso, alla mia veneranda età, sento ancora di stare a rincorrere la coda dei miei vecchi pensieri.
Fanculo ai miei sogni che ho rincorso in tutti questi anni ma soprattutto fanculo a quel senso di vuoto che mi è rimasto dentro per via della sensazione, che non riesco a scrollarmi di dosso, di non aver fatto il possibile per cercare di realizzarli.
Mi ricordo di lei, seduta sul mio letto, le scarpe in mano e il cappotto già infilato.
La ricordo, mentre si girava a guardarmi, mentre io nudo, sotto le lenzuola, cercavo qualcosa per dare fuoco alla mia sigaretta che tenevo tra le labbra.
«E allora», mi disse.
“Allora cosa?”, pensai.
Sapevo di aver ancora tempo. La lasciai uscire mentre sfregavo un fiammifero dopo l’altro nel disperato tentativo di accendermi la sigaretta e maledicendo il temporale che li aveva resi inutilizzabili.
Ora di tempo ne ho davvero poco.
Sto buttando giù delle memorie, ma queste non le leggerà mai nessuno. Di cose negli anni ne ho scritte tante. Di me si diceva che avevo l’animo di un poeta e il carattere di un rinoceronte.
In strada ci sono dei bambini che stanno giocando, ne sento uno urlare: «guarda, c’è uno scoiattolo».
Mi alzo dalla sedia per correre verso la finestra che affaccia sul piccolo parco ma la mia sciatica e il fiato corto non mi permettono più i grossi sprint di un tempo.
Quando arrivo alla finestra la bestiola è già sparita, ma questa volta nessuna rabbia e nessun senso di vuoto. Mi godo i piccoli che tornano al loro gioco.
