Per gentile concessione


Per gentile concessione

Come mi chiamo non è importate. Sono un bandito. Io sono qui e ora. Ci sono soltanto per gentile concessione. Di chi poi, non è dato saperlo, per cosa poi, neppure a parlarne.

Il vento accarezza il mio viso, una leggera brezza mi sussurra parole d’amore che vengono da lontano. Da troppo lontano.

Il sole coccola i miei sensi e mi costringe a tenere le palpebre socchiuse e nella testa una tempesta di pensieri trascina il mio essere nella parte più profonda della mia anima.

Sento ancora le carezze di chi, pur non avendomi mai amato, è stato capace di leggere il mio cuore.

In questo giardino, nelle fronde della siepe che separa il mio spazio vitale con il resto del mondo, un merlo fischietta un motivetto che, nella sua semplice e schematica visione della vita, dovrebbe attrarre la sua prossima compagna.

Sono un bandito solitario io, un egocentrico malato di protagonismo. Un reietto, un meschino a cui tutti sorridono soltanto per via di un inganno.

Eppure, ricordo sorrisi e parole dolci e sguardi curiosi. Evoco tempi lontani, fecondi di piccole gioie e parole quasi d’amore sussurrate a filo di labbra con occhi spalancati come fari sul mondo.

Tremante, impaurito d’amore e preda silente di sentimenti bestiali.

Ho catene hai piedi, le sento sferragliare a ogni respiro. Mi ricordano di essere vivo.

Non chiedo perdono, chi mai potrebbe far buon uso del mio pentimento.

E sono qui, e sono ora nel silenzio assordante di questo giardino di cemento, con le mani sul viso a nascondere le rughe che scolpiscono la mia fronte. Onde di tempesta, una per ogni amico tradito.

Vorrei strappare con le dita questi pensieri dal mio cervello. Questi, sono i pensieri che non ti fanno dormire.

Il mio compagno di cella suona l’armonica e ogni sera, sussurrando un motivetto mi accompagna verso il breve oblio notturno ma ogni notte mi sveglio che il sole è ancora troppo lontano e non ci sono stelle sul soffitto, non ci sono direzioni da prendere, ma soltanto lunghe ore da trascorrere da solo.

Ho sognato mio padre stanotte, è morto pieno di rancori il vecchio. La mano che ruppe più volte il mio naso non lo ha protetto dai vermi che lentamente hanno mangiato il suo spirito. Era un uomo buono, un giusto, dicevano e forse lo era davvero anche se io non me ne sono mai accorto. Ero troppo occupato a non fare la sua stessa fine.

Ero ricercato in quei giorni, ma sono riuscito lo stesso a salire sulla sua barca per spargere le ceneri al centro del grande lago. Non è stata una bella scena, il vento è cambiato all’improvviso e ha ricoperto la mia testa e quella di mio fratello dei leggeri resti del babbo. Anche il lago si è rifiutato di accoglierlo.

Sono un vecchio, senza rimpianti e senza rancori ospite non più gradito su questa terra. Dormo poco e faccio incubi, parlo raramente e quando proferisco parola tutti si voltano ad ascoltarmi.

Tutti mi temono e mi rispettano, secondini e compagni. Non dovrebbero, non più oramai. Sono solo i rigurgiti di un passato lontano.

Vorrei congedarmi da tutto seduto su questa panchina, baciato da sole e accarezzato dal vento. A Macondo, il brasiliano che suona l’armonica, ho promesso la mia storia.

È un uomo grande e buono e non ho mai voluto sapere perché è finito in questo posto. Non ha paura di nulla il gigante nero come la pece e tutti lo rispettano.

Lo sento arrivare col suo passo pesante. Per una frazione di tempo mi toglie il sole con il suo corpaccione sgraziato. Si siede accanto, apro gli occhi e lo vedo proteggersi gli occhi per guardare lontano. D’istinto si gira per guardarsi le spalle anche se nessuno avrebbe motivo di aggredirlo, poi mi poggia la mano sulla spalla, mi tiro su e comincio il racconto.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *