Vita da Mario
Mario si guardò allo specchio quella mattina. Di fronte a lui un falso magro, la sua piccola e morbida pancetta il petto un pò flaccido e sotto le braccia due dita di carne spinte verso il basso dalla forza di gravità.
Indossò gli occhiali da ipermetrope e osservò la sua scoliosi pronunciata che lo costringeva a tenere la spalla destra più alta di almeno cinque centimetri e il busto leggermente ruotato in senso antiorario.
Indossò uno dei suoi vestiti, rigorosamente cucito su misura e studiato per nasconderne il difetto. Negli anni, aveva modificato il suo modo di camminare imparando che doveva procedere sempre a piccoli passi, senza sollevare troppo i piedi. Da qui, la sua andatura insolita. Insolente per alcuni.
Si fermò per sistemare la cravatta, abbozzò un mezzo saluto ai due addetti alla portineria, si avvicinò ai tornelli e con estrema calma timbrò il cartellino alle otto e trenta in punto.
Centoventi gradini ogni giorno lo separavano dal suo ufficio al sesto al piano, più i cinque gradini che vanno dalla portineria al piano ascensori. Tutti i giorni, quattro volte al giorno, cinque volte a settimana, per quarantasette settimane, per ventidue anni, senza mai prendere l’ascensore, aveva contato quei gradini.
Ogni giorno alle dieci in punto scendeva al terzo piano. Sessanta gradini. Prendeva una bottiglietta d’acqua rigorosamente liscia, scambiava quattro chiacchiere con i colleghi che trovava e subito dopo, in due tappe, tornava nella sua stanza. Nel tempo aveva avuto modo di imparare che i bagni al quinto piano erano quelli che si mantenevano più puliti. Quaranta gradini prima e venti poi.
Alle dodici e cinquantacinque chiudeva la stanza del suo ufficio. Centoventicinque gradini in discesa. Alle tredici spaccate, con il cartellino in mano si ritrovava oltre i tornelli d’uscita.
Il pranzo sempre alla stessa tavola calda, i prezzi erano nella media e il cibo di qualità. Si potevano scegliere una, due o tre portate. Mario prendeva sempre un primo, un contorno e una bottiglietta d’acqua liscia. Mangiava con una lentezza logorante e dopo una breve passeggiata alle tredici e quarantacinque iniziava la terza scalata al sesto piano.
Non aveva un orario preciso per l’uscita. Spesso il lavoro lo costringeva a trattenersi più tempo di quanto desiderasse, ma cascasse il mondo, mai e poi mai si sarebbe trattenuto più di nove ore e quindici minuti al netto della pausa pranzo.
Mario era nato a Roma esattamente cinquantuno anni prima, elementari e medie a cento metri da casa sua, liceo scientifico a due isolati da casa, la Facoltà di Giurisprudenza a circa quaranta minuti di tram. Avrebbe potuto utilizzare la metropolitana ma odiava troppo i gradini delle scale mobili impossibili da contare.
L’appartamento dei suoi era al piano terra a soli cinque gradini dalla strada. Tutte le elementari le aveva fatte al primo piano, ventidue gradini in tutto, ma i primi due a partire dal terzo anno furono sostituiti da una rampa di accesso per disabili.
Pima media al secondo piano. Quaranta gradini esatti. Seconda e terza media al terzo piano. In tutto sessanta gradini, ma a ragion del vero il terzo anno la sua classe era stata dislocata nell’aula costruita nella nuova sezione dell’Istituto Gabriele D’annunzio, alla quale si accedeva percorrendo tutto il corridoio del terzo piano soltanto dopo aver salito altri cinque gradini.
L’istituto del liceo era dislocato su quattro piani e, nei cinque anni, la classe di Mario era passata dal secondo al quarto piano. Ogni piano venti gradini e all’ingresso altri cinque.
Dopo il diploma, la facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza che si affaccia direttamente sul piazzale della Minerva, alla quale si accedeva solo dopo un discreto numero di gradini esterni.
Dentro era un dedalo di scale che portavano sopra e sotto per le varie aule e sezioni. Di scalini Mario ne ha contati tanti durante i sei anni che vi ha trascorso e, il giorno della sua laurea dal piazzale antistante la facoltà, fino all’aula in cui discusse la sua tesi, ha contato esattamente centoquattro gradini e quando il presidente ha recitato la frase di rito: «La dichiaro dottore in legge con il voto di centoquattro su centodieci», Mario non ha potuto fare a meno di pensare a un simpatico scherzo del destino.
“Centoventi, centoventuno, centoventidue, centoventitre e …”, Mario si fermò, “non è possibile” pensò, “ne è rimasto soltanto uno”, Mario scese l’ultimo gradino mentre nella sua testa rimbombava un sonoro centoventiquattro. Si bloccò davanti ai tornelli cercando di trovare nella sua testa il gradino mancante.
“Che io abbia sbagliato al quinto piano”
“In effetti ho pensato di fare un salto in bagno. Magari è proprio lì che il conto è saltato. In quel caso però, avrei dovuto terminare ogni piano in fuori giro”
«Che avete dimenticato qualcosa, dottò?» l’addetto alla portineria lo riportò per un attimo alla realtà.
“Forse ho contato male gli ultimi cinque gradini. Certo che una cosa del genere che capita proprio a me, suona un pò strana”
Mario dopotutto era un tipo piuttosto pragmatico e terminò la discussione che si era accesa nella sua testa con un maestoso “chissenefrega”
Tirò fuori il cartellino e attraversò i tornelli alle diciotto e quarantasei minuti, esattamente un minuto dopo la sua ora limite.
