Tommy e Gerri


Tommy e Gerri

Tommaso e Gerardo si conobbero in prima media, in quella scuola che si trova all’incrocio tra via Collatina e via di Tor Sapienza.

Oggi tutti li chiamano Tommy e Gerri. Gerri, esatto scritto con la G di gatto non con la J di James e l’altro è Tommy, non Tom, ma proprio Tommy con la doppia M e con la Y finale.

Se hai il coraggio di passarci, nel sottopasso di viale della Serenissima, quello poco prima del ponte, vicino alla stazione ferroviaria, lo trovi scritto a caratteri cubitali: “TOMMY E GERRI SONO STATI QUI”.

In effetti, i due hanno posto il loro quartier generale sulle scalette che portano al piano rialzato che permette l’accesso a una serie di locali sfitti o, probabilmente, mai aperti, proprio sotto un enorme palazzo di proprietà di qualche ente.

È un punto strategico, quello; il supermercato Despar a soli cento metri per comprare birra calda di sottomarca e il sottopasso per svuotare la vescica.

Non credo che abbiano più di trentacinque, quaranta anni ma a vederli è difficile dargliene meno di cinquanta.

Tommy è quello intelligente o comunque ci prova a mettere in fila due pensieri. Veste come fosse ancora negli anni Ottanta. Maglietta nera un poco logora, jeans trucidi, scarpe da ginnastica rimediate. I capelli sono lunghi, ricci, scuri, raccolti sulla nuca.

Gerri è quello scemo. Alto, smilzo, vestito come capita con due occhialoni enormi e spessi. Ride sempre, mettendo in mostra i denti mezzi marci.

Quando litigano sembrano Tom & Jerry, quando sono in sintonia Mignolo e Prof alla conquista del mondo.

Li puoi incontrare alla cassa del supermercato dove chiedono “Ho solo questa, posso?”. Pagano sempre con moneta sonante. Nel vero senso della parola, probabilmente è la cresta sulla spesa della mamma o qualche spiccio chiesto a un conoscente. Difficilmente chiedono soldi ai passanti.

Quando sono messi male provano a farsi fare credito dal cingalese che vende bibite sulla strada in fondo al viale. Qualche volta lo convincono altre volte se ne vanno maledicendolo.

Il tempo per loro si è fermato a venti anni fa, alla fine delle medie. Non ci sono sabati e domeniche; solo una stessa identica giornata che si ripete all’infinito come in un fumetto vagamente horror.

Tutto il giorno a osservare le vite degli altri. Tutti li conoscono, molti li salutano. Loro osservano il ripetersi di gesti quotidiani: uomini e donne che vanno al lavoro, casalinghe a far la spesa, disoccupati che si trascinano da un bar all’altro.

Qualche volta li vedi con un amico, capelli lunghi, baffi, tatuato. Un biker americano senza moto. Se ne stanno lì ad ascoltarlo come se quello dicesse chissà quali verità. È uno giusto, quello, uno che sa come si vive, uno con buoni contatti, uno che ce l’ha fatta.

Il biker ci prende gusto a raccontar loro le sue avventure, le persone che conosce e quelle con cui si scontra. È uno forte, uno che non si piega, è uno che si fa rispettare.

Ha un tatuaggio mal fatto tra pollice e indice. I cinque punti simbolo della malavita, dicono.

Una volta è stato dentro per un furto d’auto. Poi è uscito e è rientrato tre anni dopo per spaccio. Mentre era a Rebibbia è saltata fuori una vecchia rapina a un distributore gestito da un cingalese e così gli hanno dato altri cinque anni.

Il titolare quel giorno aveva fatto un bell’incasso. Aveva pagato il suo connazionale che lavorava a nero da tre anni. Gli aveva lasciato venticinque euro, cinque in più del solito, considerando che quella notte non avrebbe potuto mettersi a supporto dell’automatico perché doveva incontrare la sua promessa sposa, sorella di un altro connazionale, che era appena entrata in Italia.

Quando il biker e l’amico si erano presentati urlando e agitando un taglierino, il titolare della pompa di benzina aveva cercato di istinto di nascondere la busta con i soldi dietro la schiena.

Uno dei due, quello piccolo, con gli occhi rossi come la brace gli aveva strappato la tuta con il taglierino, ferendolo a una spalla.

Manzo, era intervenuto con molta calma, con i suoi capelli lunghi e i suoi baffi ben curati, aveva poggiato una mano sulla spalla del complice e con l’altra aveva allontanato il taglierino dalla faccia del disgraziato.

Il cingalese aveva tirato un sospiro di sollievo.

Manzo il Biker, aveva sorriso, gli aveva sistemato la maglietta strappata sopra la ferita, lo aveva preso per il bavero, lo aveva sollevato in aria, lo aveva schiaffeggiato ripetutamente di palmo e di dorso, aveva preso la busta con i soldi e si era allontanato a passo sicuro contando i soldi.

Tommy, quando Manzo racconta questa storia, lo ascolta senza dispiacersi se ogni volta è un poco diversa. Una volta i cingalesi sono due o tre. Un’altra volta Manzo sarebbe addirittura rimasto lì seduto ad aspettare che arrivassero a frotte.

Gerri lo ascolta per non più di trenta secondi, poi blatera qualcosa o resta a guardarlo con il sorriso assente. Ride se gli altri ridono e mostrando il canino marcio si scola la sua buona birra calda.

Quando la birra bevuta è troppa, l’urgenza di svuotarsi è forte. A pisciare non è che si può andare a casa. Ci si arrangia dove capita, nel sottopasso o dietro a qualche macchina.

Tommy se la comanda, Gerri se la ride. Il primo, che è più intelligente, ogni tanto si impelaga in concetti complicati. Si inerpica in discorsi sui massimi sistemi. Gerri non capisce, Tommy diventa rosso in faccia per la rabbia. Gerri lo ascolta e quando non afferra il senso ride o, peggio, interviene a casaccio scatenando le ire dell’altro.

Tommy sbraita, urla, gli dà del deficiente, gli volta le spalle e se ne torna a casa. Gerri, sorridente, resta seduto sugli scalini a scolarsi anche la birra dell’amico.

Domani è un altro giorno, alle dieci o poco più, saranno di nuovo là.

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