L’aggiustatore
L’aggiustatore è un uomo vecchio e misterioso.
Nessuna donna ha mai avuto il suo cuore né tantomeno il suo corpo. La sua pazienza è diventata col tempo una silenziosa pigrizia dove tutto scorre poiché nessuna carezza è riuscita a turbare l’ombrosa quiete della sua anima.
Eppure.
Eppure nella sua bottega quella visita forse se l’aspettava. La donna che ha davanti ha i capelli bianchi, il volto segnato da rughe profonde.
L’accompagna una bimbetta appena cresciuta, il seno formato le si intravede sotto le ampie vesti; i capelli sporchi, con una frangetta scomposta, sono legati sulla nuca con un cordino di cuoio. Ha un naso leggermente più grande del normale, le labbra morbide. Sembra un petalo sfiorito d’inverno. Il suo sguardo è dolce come può esserlo quello di una bimba, ma con quel tocco di ingenua malizia, come è la guardata di tutte le bimbe che sono diventate donna a fatica.
“Che vuoi?”, chiede il vecchio.
“Ho sentito parlare di te, sei una persona gentile, uno che mantiene le promesse.”
“Così è. Lei è tua figlia?”
“Non ha importanza.”
“Non ti somiglia.”
“Dovrai portarla con te.”
“Vuoi scherzare!”
“Nessuno ci farà caso, dirai che è tua moglie.”
“Mi prenderanno per un maniaco o un pedofilo.”
“Aspetta un bambino.”
“Tu sei pazza, voi siete pazze!”
“Quando sarà dovrai accompagnarla, attraverserai il deserto e la porterai nel suo paese, il bimbo nascerà lì.”
“È troppo pericoloso, ci sono i soldati.”
“Dovrai fidarti”, dice la bimba.
E la sua voce è una freccia di fuoco che va a conficcarsi dritto nel cuore del vecchio. Quando l’aggiustatore fa per rispondere una mano invisibile gli ferma sul nascere le parole, le mescola e poi le lascia andare dando loro un senso diverso da quelle che aveva pensato nella sua testa e alle quali non riesce a opporsi.
“Farò come tu mi hai chiesto di fare”, sente dire alla sua voce.
Il giovane affittacamere puzza di birra. Ha l’aria di uno scarafaggio che ti entra nella scarpa prima di infilarla.
“Ti prego, mia moglie ha bisogno di riposare”, implora il vecchio.
“Tua moglie?”
Lo sguardo indecente sta calcolando quale possa essere la differenza di età tra i due.
“Che ci guadagno?”
“La possibilità di scegliere”, dice la bimba con voce suadente.
“C’è il sottotetto”, dice quello d’un tratto remissivo.
“Andrà bene”, dice il vecchio.
Salendo le scale la bimba s’è lentamente trasformata, rimane pur sempre poco più di una bimba e poco meno di una donna e quel petalo sfiorito d’inverno è diventato leggero come il volo di una farfalla. La pancia è quasi più grande di lei e chi le sta dentro non vede l’ora di uscire.
In quella stanza si gela. Il letto è un lurido pagliericcio.
“Mi stendo, solo un momento”, dice la bimba.
C’è uno spiffero d’aria che entra con cattiveria da un buco, in alto, tra il telaio della finestra e il muro scrostato. Quand’ecco che da quel buio s’affaccia una piccola ape infreddolita, trema tutta. Fa un giro nell’aria, poi un altro.
Bzzz, rientra.
“Era un’ape?”, chiede la bimba.
“Un’ape, strano vero?”
“Tutto ha una ragione.”
“Me lo dici sempre ma io non lo capisco proprio”, dice il vecchio.
“Ho fame”, dice la bimba.
“Hai qualche desiderio?”
“Una pesca matura.”
“Non è stagione ma ci provo.”
Bzzz fa l’ape appena tornata nell’alveare dentro il muro, ha fretta, deve zampettare fino alla stanza dove dorme la Regina.
“Allora?”, chiede la Regina.
“La ragazza sta quasi per partorire.”
“Hai notato il suo seno?”
“Non è molto grande”, dice l’ape pensandoci un momento.
“Allora dobbiamo aiutarla.”
“Che vuoi dire?”
Sotto la neve che fiocca un soldato ferma il vecchio.
“Non è una buona serata per uscire”, dice il soldato.
“Avevo fame.”
“E cos’hai comperato?”
“Due pesche.”
“Fammi vedere.”
Il soldato ha fretta anche lui e fa troppo freddo, abbottona l’ultima asola della divisa, lascia passare il vecchio ma tiene per sé una pesca.
Ci siamo.
La bimba si mette seduta con la schiena appoggiata al muro, scosta via la sudicia coperta e allarga le gambe. Sul volto del vecchio appare un misto di terrore e di ansia.
“Che faccio?”
“Tienimi le mani”, dice la bimba.
“Ho paura.”
“Anch’io.”
Bzzz, fa l’ape che si è di nuovo affacciata dal buco tra lo stipite della finestra e il muro scrostato.
Lo scroscio del pianto di chi è nato riempie il silenzio di quel freddo sottotetto.
“È una bimba”, fa la mamma.
“È bellissima”, dice il vecchio guardando quel corpicino grinzoso, urlante e sanguinante posato sul ventre di sua madre.
“Ha fame.”
E avvicina la boccuccia della bimba al suo piccolo seno nudo. Il vecchio si gira vergognoso, ma si volta nuovamente perché la donna grida, s’accorge che da quel seno non riesce a zampillare il latte che mantiene la vita, e per quanti sforzi faccia è l’aria fredda che la bimba succhia e dunque strilla forte.
Ma ecco che l’ape scivola e vola via da quel buco nero e dopo di lei ne esce un’altra e un’altra ancora, decine di altre api, e ognuna porta con sé tra le zampette una goccia di miele e quella goccia viene fatta colare sulle labbra della bimba piangente e tutte in fila, una dopo l’altra, le danno da mangiare, e quella smette di strillare e con lei la sua mamma che adesso sorride.
Il vecchio, come rapito da un sogno, adesso capisce quello che la bimba gli ha sempre detto, che tutto ha una ragione senza che ci sia alcuna ragione apparente.
Il giovane affittacamere ha scelto. Entra veloce nella stanza.
“Stanno arrivando i soldati.”
“C’è un’altra uscita?”, chiede il vecchio.
“Dall’altra parte del corridoio.”
“Vestiti, presto”, dice il vecchio alla donna.
E lei fa tutto di corsa, per quanto le forze possano permetterle, infagotta la bimba poi guarda il vecchio che sta invece esitando, non si muove, respira a fatica.
“E tu?”
“Non ce la faccio, sono troppo vecchio.”
“Presto”, dice l’affittacamere, e già si sentono i rumori degli stivali dei soldati per le scale.
“Abbi cura”, dice la bimba.
“Anche tu”, dice il vecchio.
Non c’è più tempo, neanche un bacio sono riusciti a scambiarsi, solo una carezza con gli occhi umidi di sale e miele.
Il vecchio è seduto sul lurido pagliericcio. Con l’aria più ingenua del mondo dà un morso alla sua bella pesca matura, un rivolo rosso gli scorre sul mento.
