Se dovessi far risalire
Se dovessi far risalire la mia prima figuraccia, solenne figuraccia, a un tempo e un luogo preciso, direi che siamo intorno al primo anno di liceo, quando si lascia a casa la veste di bambino e si esce indossando quella di ragazzo. Tra l’una e l’altra di solito non succede niente, ma non perché è davvero così, ma perché è talmente breve il tempo della trasformazione che non si sa come vestirsi, che è come passare dall’ombra alla luce, e viceversa, quando il sole è a picco nel cielo d’estate.
La mia professoressa di italiano del primo liceo era una donna paziente. Di poche parole ma con un vocabolario ricco. Ottima cuoca, così ci diceva, ordinata ma non ossessiva, economa per sé ma tuttavia generosa. Pingue ma abbastanza alta anche senza tacchi, sobria nel vestire, morbida nelle movenze, di voce gradevole quasi mai alterata da eccessi d’umore; miope più a un occhio che all’altro, il che le conferiva un leggero ma non spiacevole strabismo; mani lunghe e morbide, capelli arruffati.
Suo marito, che avrei conosciuto da lì a breve, era secco come un pugnale, alto poco più della media e dunque una spanna in più di sua moglie, capelli tutti e ben pettinati ingrigiti dal tempo col viso sempre rasato di fresco, a volte disattento come può esserlo chi si arrovella su problemi che non hanno soluzione. Disattenzione che gli era costato, mentre attraversava la strada senza guardare, un banale investimento da parte di un biciclista frettoloso che gli era passato sul piede.
Quel biciclista ero io che stavo andando a scuola; per dirla meglio, avevo preso la bicicletta di mio padre perché quel giorno di prima estate, caldo asfissiante, non volevo andare a scuola, ma a fare il bagno nel fiumiciattolo a pochi chilometri da casa insieme a un altro mio compagno di liceo, il mio vicino di banco.
Ora si dà il caso che quel signore, marito della mia professoressa di italiano, ma che io ancora non sapevo fosse il marito della mia professoressa di italiano, avesse le ossa un pò fragili e che le due ruote che gli erano passate sopra il piede, con tutto il mio peso, gli avevano lussato tarso e metatarso, facendolo cadere come un sacco vuoto.
Si dà ancora il caso che m’ero fermato – ero pur sempre un ragazzino educato! – e dato che l’uomo faceva fatica a rialzarsi, ero sceso dalla bicicletta, l’avevo poggiata al muro e m’ero andato a sincerare delle sue condizioni. Con una smorfia di dolore disegnata sopra quel viso glabro mi aveva guardato con un misto di compassione e di odio, l’avevo aiutato ad alzarsi e s’era sorretto a me.
“Portami a casa”, mi aveva chiesto.
“E dove?”
“Qui sopra, al quarto piano.”
Mi aveva messo la mano sulla spalla, un pò troppo violentemente m’era sembrato, e poco alla volta, avevamo percorso i pochi passi che ci separavano dall’ascensore.
“Ma perché non stai più attento la prossima volta!?”
M’era venuto da replicare che io ero stato attento ma che lui aveva attraversato la strada senza guardare; forse però era meglio se me ne stavo zitto.
Ora non è che io avessi così tanta memoria, più o meno come non ne ho adesso, vale a dire che mi dimentico quasi tutto, ma quella volta c’era stata come un’epifania e m’ero ricordato che in quel portone ci abitava proprio la mia professoressa di italiano – una volta l’avevo vista entrare! – ma forse non a quel piano e non in quell’appartamento dove quel signore aveva appena bussato. Insomma la professoressa con cui, già dal primo giorno di liceo, avevo avuto un battibecco.
Era successo che mio padre, che non aveva neanche fatto la terza media, che ai suoi tempi si chiamava avviamento, forse invidioso del fatto che sarei andato a liceo, o forse perché era uno cui piacevano gli scherzi, o forse perché voleva far alterare mia madre che s’era letta tutta d’un fiato David Copperfield e gliel’aveva pure rinfacciato, fatto sta che m’aveva chiesto chi secondo me avesse scritto I Promessi Sposi.
A pensarci bene erano domande che faceva di frequente, è possibile che volesse ostentare una sua piccola erudizione poiché credo si vergognasse un pò di non avere la licenza media e, per questo, di lavorare di notte come guardiano nell’ospedale vicino casa.
“Manzoni, ovviamente”, avevo risposto.
“Io credo sia stato Dumas”, mi aveva detto, e il suo sorriso era quasi maligno anche perché aveva appena azzeccato un congiuntivo. E quel dubbio non m’aveva quasi fatto dormire la notte dato che mio padre non credevo mai m’avrebbe detto una sciocchezza.
“Pensaci”, mi aveva suggerito mia madre, “ma non più di tanto perché non ne vale la pena.” Non avevo capito se si riferisse a Manzoni o a mio padre.
Ero andato a dormire pensando che la verità è unica, ed è inutile andare a verificare sui libri, io so qual è. Ed è stato con questa certezza che il mattino seguente ero andato a scuola.
Quella mattina pioveva, pioveva così tanto che avevo dovuto mettere gli stivali di mio padre, quelli che usava al lavoro, che mi stavano larghi, così larghi che a un certo punto, poco prima di arrivare al portone del liceo, ero inciampato e m’ero bagnato tutto, da cima a fondo, libri compresi. A pensarci adesso avrei dovuto capire che quella caduta con gli stivali di mio padre faceva il paio con l’assurdità che mi aveva detto. Vabbè, ero pur sempre un ragazzino e, si sa, per uno della mia età il padre è pur sempre un eroe, e quella sincronia di eventi non l’avevo proprio considerata.
Poco male, avevo pensato, mi asciugherò.
Prima lezione di italiano proprio su I Promessi Sposi.
La mia professoressa aveva cominciato a leggere alcuni brani con quella sua voce gentile, ma più leggeva più a me non piaceva quello che stava leggendo, o meglio non ci stavo neanche attento perché provavo un così forte disagio per avere i vestiti bagnati fino alle ossa, che a tutto pensavo fuorché a quella storia noiosa. Anche perché credevo che la professoressa mi guardasse mentre leggeva, che quel brano sull’ingenuità di Renzo mentre portava i capponi si riferisse proprio a me, e invece, dato il suo strabismo, guardava il mio compagno di banco. Quando la professoressa aveva pronunciato per la terza volta il nome Manzoni, mi ero alzato in piedi, e gocciolando, le avevo detto che “secondo me I Promessi Sposi li ha scritti Dumas”, suscitando lo stupore, e forse l’ilarità di tutti i ragazzi.
La professoressa non aveva replicato “non è vero”, ma solo che forse era meglio se controllavo sul mio libro. Tuttavia il libro era tutto bagnato e le pagine erano ancora appiccicate.
“Non ci riesco”, avevo risposto.
Con pazienza la professoressa aveva chiosato “quello che dici non è vero, ma è vero che negli stessi anni in cui Manzoni scriveva I Promessi Sposi, Dumas ha scritto venti romanzi uno più bello dell’altro.”
Un ragazzino, quello paffuto che sedeva alla mia sinistra, quello con cui avrei avuto appuntamento l’estate successiva per andare a fare un bagno nel fiumiciattolo, quello che le sapeva tutte e per questo era guardato dalla professoressa con l’occhio sguincio, aveva quasi gridato che non poteva essere perché I Promessi Sposi era un libro bellissimo mentre quelli di Dumas erano tutti romanzi che non valevano niente. E chissà dove l’aveva presa questa verità!
C’era stato un mormorio in tutta la classe, alcuni ragazzi s’erano affrettati a verificare l’informazione sui libri, altri invece avevano presa per buona la mia dichiarazione e avevano cominciato a giocare schiamazzando e ridendo.
Vedendo che quei ragazzi cominciavano a rumoreggiare, chi prendendola in giro, chi parafrasando dicendo che i pesci vivevano in cielo e gli uccelli sott’acqua – e giù a ridere! –, che gli uomini erano donne e le donne uomini – e giù altre risate ancora più sguaiate! –, la professoressa aveva gridato qualcosa che nessuno aveva proprio capito. Tuttavia s’era accorta, la professoressa ma anche io, che quelli che pensavano che I Promessi Sposi li avesse scritti Manzoni s’erano intristiti, chini sul proprio libro che si tenevano stretto, mentre gli altri erano allegrissimi e più dicevano stupidaggini più erano felici e più si divertivano.
Quando la porta di casa dell’infortunato s’era aperta ed era apparsa la mia professoressa di italiano io avevo quasi già imboccato le scale, ma lei m’aveva riconosciuto e m’aveva chiamato per nome.
“Che ci fai qui?”
Credo si riferisse al marito più che a me, tuttavia per timore m’ero bloccato ed ero tornato indietro, e me ne stavo impalato davanti alla porta d’ingresso mentre suo marito entrava zoppicando.
Per farla breve la professoressa mi invitò ad entrare e mi aveva fatto accomodare nel suo studio. Nel frattempo suo marito s’era andato a preparare la borsa del ghiaccio ma a me sembrava che ne avessi più bisogno io perché la sua presa sulla spalla me l’aveva indolenzita tutta e mi stava facendo male.
Nel mio silenzio m’ero concentrato sui capelli della mia professoressa, arruffati più del solito con una parvenza di scriminatura al centro, come di solito fanno i capelli quando imponi loro un preciso verso, e cominciavano a intravedersi ciuffetti bianchi che davano alla chioma un aspetto non dissimile da foglie di lattuga addomesticate, curiosa ma non molto gradevole a vedersi.
“Me li asciugo al sole”, mi aveva detto intuendo il mio pensiero. La mia professoressa aveva infatti rinunciato all’asciugacapelli, che allora tutti, con malcelata affettazione, chiamavano phon, pensando che la natura e il suo vento vale ed è più generosa di qualsiasi soffio artificiale prodotto, costruito o nominato dall’uomo.
Questa pratica le aveva valso come contro partita una dolorosa cervicale che non le permetteva di girare bene la testa tant’è che quando era stata chiamata dal marito, come in quel momento, aveva fatto un mezzo giro con tutto il busto assumendo una buffa posa come un ladruncolo preso in castagna.
“Rilassati”, mi aveva detto la mia professoressa, “vuoi un caffè, una fetta di ciambellone? L’ho preparato io”, il ladruncolo in effetti ero io e quello era un invito, ma a me sembrava più che altro una trappola per farmi confessare che quel giorno non sarei andato a scuola.
“Veramente il caffè…”
“Un succo di frutta allora?”
Così dicendo s’era alzata ed era sparita in cucina lasciandomi solo con suo marito che nel frattempo s’era seduto sulla poltrona con la borsa del ghiaccio sul piede.
“Mia moglie è la tua professoressa?”
“Sì.”
“E com’è, severa?”
“Come una professoressa”, avevo risposto non sapendo che dire.
Silenzio.
Per fortuna la mia professoressa era tornata con un bicchiere di succo di pompelmo. L’avevo appena appoggiato alle labbra: più amaro non si poteva.
“Allora, come sta tuo padre?”
“Bene, perché?”
“È venuto ai colloqui la settimana passata.”
Non me l’aveva detto. Il pompelmo era diventato un veleno.
“Mi ha detto che ha finito di leggere I Promessi Sposi”, non avevo capito se si riferisse a me o a mio padre. M’era venuto il dubbio perché da quando gli avevo raccontato quello che era successo a scuola i primi giorni dell’anno, nei giorni festivi si chiudeva nella sua camera, se ne restava tutto il giorno, e usciva a sera quando era pronta la cena. E quando invece tornava al mattino presto dopo il turno di notte, s’avvicinava con fare circospetto nella piccola libreria del corridoio, vi armeggiava e poi se ne andava a dormire.
Ero andato a controllare ma i libri, che in realtà erano quasi tutti miei libri di scuola, c’erano tutti e tutti erano allo stesso posto, non sembravano essere stati spostati. Solo quello di Manzoni mi sembrava fosse un pò più stropicciato del solito.
“Certo che l’ha letto”, avevo risposto con orgoglio.
“Ed è piaciuto?”
“Questo non lo so.”
“Chiedigli dove stava andando così di fretta”, aveva detto il marito della mia professoressa con quel tono un pò sarcastico che sembrava aiutare la mia inquisizione.
“A scuola, stavo andando a scuola”, avevo risposto senza quasi che la sua frase finisse.
“Ma oggi è domenica”, aveva detto la mia professoressa.
E questa fu la seconda mia figuraccia che ricordo.
La terza non fu una figuraccia perché in autunno ero andato con mia madre a sentire gli esami che mio padre doveva sostenere per prendere la licenza di terza media. Aveva studiato tutte le notti e tutti i giorni festivi, sapeva a memoria I Promessi Sposi e s’era pure letto David Copperfield con grande soddisfazione di mia madre che quand’era uscito con il diploma in mano l’aveva abbracciato e si erano baciati.
