Di nuovo libera
Mi ricordo che ero felice; un ciclo di vita si chiudeva, se ne apriva un altro più corto e, soprattutto, più denso di incognite, ma io ero felice!
Il giorno in cui avevo fatto ingresso in quel posto era stato magnifico, ma mai come il giorno in cui l’ ho lasciato.
Sono passata per l’ultima volta davanti alla statua del santo, ho strisciato il badge per la rilevazione dell’orario, l’ho consegnato al portiere e ho varcato l’ antico portone.
Il sole era ancora alto nel cielo e l’aria era afosa, come sempre ad agosto nelle città piene di cemento, ma io ero così ebbra da non farci caso. Sentivo il mio cuore come un passero uscito dal nido, pronto a spiccare il volo.
Presi un lungo respiro e mi voltai un attimo, giusto il tempo di salutare il luogo che mi aveva accolto da ragazza e in cui avevo trascorso quasi metá della mia vita.
Non avrei più percorso i lunghi corridoi illuminati dalle ampie finestre, né avrei più visto il cortile con i portici e la grande fontana al centro e neanche mi sarei più potuta beare del patrimonio artistico che il luogo custodiva, compresa la grande statua di S. Agostino che vedevo ogni mattina quando entravo.
In compenso mai più avrei respirato l’austerità che trasudava da ogni poro del palazzo e mai più avrei avuto gli obblighi che il lavoro dipendente impone e che lì sembravano essere più stringenti.
Non era stata la mia prima occupazione: avevo insegnato nuoto per diversi anni con molto impegno e poca remunerazione, niente ferie, niente malattia, zero contributi e così avevo pensato che dovevo prendermi un posto fisso con tutte le garanzie connesse.
Il passaggio da un ambiente sportivo a uno burocratico, per giunta con un bagaglio di studi umanistici, non era stato facile. I primi anni erano stati difficili, non riuscivo ad ambientarmi in un contesto lavorativo che ritenevo feudale.
Che c’entravo io con quel posto, con le sue gerarchie, con le celebrità che vi si affacciavano in alcune ricorrenze, con i gradi elevati che pretendevano di essere chiamati con l’ appellativo di ‘eccellenza’ e avevano le remunerazioni più alte degli onorevoli?
Io che avevo come unica ambizione quella di voler cambiare il mondo, che sognavo l’abbattimento delle differenze di classe?
Mi era entrato nella pelle un virus che girava all’ epoca …
Passati i primi anni, pian piano mi ero acquetata, avevo placato i bollenti spiriti e forse anche un po’ il cervello.
Un tantino di carriera, inoltre, mi aveva permesso di accedere ad un ufficio più consono agli studi intrapresi, avevo coltivato buoni rapporti con i colleghi, non essendo una che pesta i piedi a nessuno, e tutto sommato potevo ritenermi soddisfatta di come erano andate le cose.
Come un moribondo che nell’attimo di lasciare il corpo rivede come in un film gli attimi salienti della sua vita, io avevo ripercorso con la mente in pochi minuti le mie sensazioni vissute dentro il Palazzo. Ma ora dovevo guardare avanti.
Come ultimo atto lavorativo, avevo inviato ai colleghi che mi erano più simpatici una mail con l’immagine di una vecchina che correva verso un traguardo consistente in una grande fascia, tenuta su da due aste, con su scritto a caratteri cubitali ‘PENSIONE’ .
La mail conteneva un invito per il dieci settembre per un rinfresco presso l’ Antica Caffetteria Ruschena.
Scelta insolita, perché il festeggiamento di un pensionamento di ‘quella’ Amministrazione richiedeva maggiore solennità e di solito si svolgeva in una grande sala con la parete affrescata da un noto pittore.
Avevo aperto una strada e molti, come ho poi saputo, mi avrebbero in seguito emulato.
Ricordo che il giorno del rinfresco ero raggiante come non ho memoria di essere mai stata; quanta gaiezza e, soprattutto, quanta semplicità si era sprigionata tra noi colleghi al di fuori delle mura di quel palazzo!
Sono tornata in taxi con un grande fascio di fiori tra le braccia, accompagnata da due colleghe che abitavano dalle mie parti.
Quando il tassista mi ha chiesto che cosa avevamo festeggiato e io, con aria trionfante, gli ho risposto che era la festa per il mio pensionamento, non voleva crederci. Dovevo essergli apparsa troppo giovane.
Io tale mi sentivo: giovane, ma soprattutto libera. Mi stavo riappropriando della mia anima!
Mi ricordo che ero felice; un ciclo di vita si chiudeva, se ne apriva un altro più corto e, soprattutto, più denso di incognite, ma io ero felice!
Il giorno in cui avevo fatto ingresso in quel posto era stato magnifico, ma mai come il giorno in cui l’ ho lasciato.
Sono passata per l’ultima volta davanti alla statua del santo, ho strisciato il badge per la rilevazione dell’orario, l’ho consegnato al portiere e ho varcato l’ antico portone.
Il sole era ancora alto nel cielo e l’aria era afosa, come sempre ad agosto nelle città piene di cemento, ma io ero così ebbra da non farci caso. Sentivo il mio cuore come un passero uscito dal nido, pronto a spiccare il volo.
Presi un lungo respiro e mi voltai un attimo, giusto il tempo di salutare il luogo che mi aveva accolto da ragazza e in cui avevo trascorso quasi metá della mia vita.
Non avrei più percorso i lunghi corridoi illuminati dalle ampie finestre, né avrei più visto il cortile con i portici e la grande fontana al centro e neanche mi sarei più potuta beare del patrimonio artistico che il luogo custodiva, compresa la grande statua di S. Agostino che vedevo ogni mattina quando entravo.
In compenso mai più avrei respirato l’austerità che trasudava da ogni poro del palazzo e mai più avrei avuto gli obblighi che il lavoro dipendente impone e che lì sembravano essere più stringenti.
Non era stata la mia prima occupazione: avevo insegnato nuoto per diversi anni con molto impegno e poca remunerazione, niente ferie, niente malattia, zero contributi e così avevo pensato che dovevo prendermi un posto fisso con tutte le garanzie connesse.
Il passaggio da un ambiente sportivo a uno burocratico, per giunta con un bagaglio di studi umanistici, non era stato facile. I primi anni erano stati difficili, non riuscivo ad ambientarmi in un contesto lavorativo che ritenevo feudale.
Che c’entravo io con quel posto, con le sue gerarchie, con le celebrità che vi si affacciavano in alcune ricorrenze, con i gradi elevati che pretendevano di essere chiamati con l’ appellativo di ‘eccellenza’ e avevano le remunerazioni più alte degli onorevoli?
Io che avevo come unica ambizione quella di voler cambiare il mondo, che sognavo l’abbattimento delle differenze di classe?
Mi era entrato nella pelle un virus che girava all’ epoca …
Passati i primi anni, pian piano mi ero acquetata, avevo placato i bollenti spiriti e forse anche un po’ il cervello.
Un tantino di carriera, inoltre, mi aveva permesso di accedere ad un ufficio più consono agli studi intrapresi, avevo coltivato buoni rapporti con i colleghi, non essendo una che pesta i piedi a nessuno, e tutto sommato potevo ritenermi soddisfatta di come erano andate le cose.
Come un moribondo che nell’attimo di lasciare il corpo rivede come in un film gli attimi salienti della sua vita, io avevo ripercorso con la mente in pochi minuti le mie sensazioni vissute dentro il Palazzo. Ma ora dovevo guardare avanti.
Come ultimo atto lavorativo, avevo inviato ai colleghi che mi erano più simpatici una mail con l’immagine di una vecchina che correva verso un traguardo consistente in una grande fascia, tenuta su da due aste, con su scritto a caratteri cubitali ‘PENSIONE’ .
La mail conteneva un invito per il dieci settembre per un rinfresco presso l’ Antica Caffetteria Ruschena.
Scelta insolita, perché il festeggiamento di un pensionamento di ‘quella’ Amministrazione richiedeva maggiore solennità e di solito si svolgeva in una grande sala con la parete affrescata da un noto pittore.
Avevo aperto una strada e molti, come ho poi saputo, mi avrebbero in seguito emulato.
Ricordo che il giorno del rinfresco ero raggiante come non ho memoria di essere mai stata; quanta gaiezza e, soprattutto, quanta semplicità si era sprigionata tra noi colleghi al di fuori delle mura di quel palazzo!
Sono tornata in taxi con un grande fascio di fiori tra le braccia, accompagnata da due colleghe che abitavano dalle mie parti.
Quando il tassista mi ha chiesto che cosa avevamo festeggiato e io, con aria trionfante, gli ho risposto che era la festa per il mio pensionamento, non voleva crederci. Dovevo essergli apparsa troppo giovane.
Io tale mi sentivo: giovane, ma soprattutto libera. Mi stavo riappropriando della mia anima!
