Avevo paura dell’acqua


Avevo paura dell’acqua

Ero una bimbetta di poco più di sette anni e mia sorella di tre anni più grande, quando nostra madre ci comunicò, con voce stentorea e aria trionfante, di averci iscritto ai centri Coni.

In quel tempo c’era ancora nell’ aria l’ eco delle Olimpiadi di Roma, che avevano coinvolto la città e l’ Italia intera.

Accogliere in casa i giochi olimpici era stato un onore per noi italiani usciti da poco dalla guerra, e ancora intenti a toglierci di dosso la miseria e la devastazione.

Molti pertanto si erano infervorati per quell’evento, mia madre per prima, tanto da ricordarci per anni, di tanto intanto,  l’ impresa di Abebe Bikila, il maratoneta etiope che aveva gareggiato scalzo tagliando per primo il traguardo.

Forse avrebbe voluto che almeno una delle sue figlie avesse la grinta, la tenacia e la passione di quell’ atleta.

Ma io ero una creatura smilza e paurosa di tutto e mia sorella una ragazzina tracagnotta più interessata al cibo che alla competizione.

La sua decisione era stata ferrea e inoppugnabile: io sarei stata avviata al nuoto e mia sorella all’ atletica leggera.

Mio padre gliele passava tutte, non metteva mai becco sulle scelte della moglie vuoi per timore, vuoi, mi piace più pensarlo, per farla felice.

A me piaceva correre, saltare, arrampicarmi sugli alberi. Perché mai avrei dovuto immergermi nell’ acqua di cui avevo paura, per giunta fredda, come avrei scoperto in seguito?

Era l’ epoca in cui i genitori non si soffermavano sui desideri dei figli: una cosa si doveva fare e si faceva, punto!

A me era toccata quella cosa che si chiamava nuoto e dovevo farla, dovevo riscattare mia madre che non l’ aveva mai imparata, come avrei scoperto più tardi.

Tutti i bambini per frequentare il corso avrebbero dovuto indossare un costume nero, era restato uno strascico di mentalità fascista…

Il mio costume era di lana con delle grandi bretelle, una roba orrenda! C’erano già i nuovi tessuti in rayon, ma, evidentemente, mi era stato comprato quello più economico.

Mi sono da subito sentita inadeguata e poi l’ acqua era fredda e l’ istruttore era brutale.

I metodi di allora non erano pedagogici, ti prendevano di forza e ti sbattevano giù in acqua per vederti poi riemergere.

In quel corso eravamo due somare: io e Matilde, figlia di un noto dirigente della Rai.

Lei, al contrario di me, aveva i capelli lunghi ed era in carne, sicché quando la gettavano in acqua si sentiva un gran tonfo.

In quel posto non c’erano, evidentemente, raccomandazioni…

Pian piano, non so per quale magia, mi sono adattata all’ acqua fredda, al cloro che arrossava gli occhi, al fare dell’ istruttore che vedendomi migliorare diventava meno brusco.

Brevetto dopo brevetto, sono diventata una dei migliori!

Ero forse all’ ultimo brevetto quando l’istruttore, accostatosi al bordo vasca e facendomi cenno di avvicinarmi, mi ha sussurrato all’ orecchio: “Preparati che sabato ti porto a Napoli a gareggiare” e poi ha aggiunto: “Non dirlo a nessuno”.

Io, naturalmente, l’ho detto a tutti e nessuno dei miei compagni di corso voleva crederci.

Napoli, la prima gara! Ero diventata brava!

 

 

 

 

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