Donne senza speranza
La piccola donna bussò alla porta per la prima volta. L’uomo grande venne ad aprire e fu molto
sorpreso di trovarsi davanti quella figurina inattesa.
Lei aveva le braccia cariche di doni e non si curava del peso, benché fosse piccola e fragile. Aveva troppa voglia di passarli dalle sue braccia a quelle di lui, non pensava ad altro, non immaginava
rifiuti né tentennamenti; era fiduciosa.
L’uomo grande guardò i doni con un guizzo di luce negli occhi: era da tempo che non ne riceveva.
Non ne aspettava, ma fu colpito dalla piccola donna ferma, con le braccia cariche e lo sguardo chiaro.
Prese i doni, e da allora lei tornò ogni giorno, portando doni sempre più preziosi e sempre più pesanti, più difficili da portare e da sopportare.
Nulla era troppo difficile: tutto quello che l’uomo sembrava apprezzare lei se lo procurava e glielo
donava, così, senza mostrare fatica.
Molti doni li possedeva già perché da anni sapeva che quell’uomo sarebbe arrivato e li aveva raccolti; altri li costruiva giorno per giorno, li inventava, altri le venivano chiesti dall’uomo grande.
Sì, aveva cominciato a chiedere: senza parere chiedeva, sempre più, ma la piccola donna non si spaventava. A volte non capiva, ma continuava a cercare; a volte con pena si procurava metri di
pazienza sottile come seta, tappeti di lana pesante per coprire il suo amor proprio.
Inventava ali di carta colorata per permettergli di andare e venire dal suo cuore a piacimento,
tappezzava i suoi nascondigli di cuscini di piume ed aspettava, senza stancarsi dell’attesa, che lui
ricomparisse, quando ne aveva voglia, e ricominciasse a chiedere come fosse la prima volta che lei
offriva i suoi tesori, convinto che la piccola donna avesse delle riserve infinite di doni e di amore.
A lei pareva di comprenderlo, si diceva che forse l’aveva scelta perché aveva un cuore così ben
fornito da poter dare tanto all’uomo grande che chiedeva sempre, senza parere, e che poco o nulla
era capace di donare.
Anche gli uomini grandi con un piccolo cuore hanno bisogno d’amore, solo che per darglielo ci
vuole uno slancio che pochi hanno, e fra i pochi ci sono le piccole donne con grandi braccia per
abbracciare, mani leggere per accarezzare, occhi dolci per guardare con amore, con tutto l’amore che
possono, e anche di più.
A volte però lei si chiedeva quanti doni sarebbe ancora riuscita a trovare. Le sembrava, in certi
momenti, di avere esaurito ogni riserva e cominciava a chiedersi perché le sembrava tutto così
irreale: chi l’aveva scelta per fare quello che faceva, e perché? Aveva un peso sul cuore, prima ogni
tanto, poi più spesso, fino a sentirlo crescere e gonfiarsi di pena, il cuore, come una creatura estranea
al suo corpo, stanca e sofferente e desiderosa di pace.
La piccola donna faceva finta di non sentire, non ascoltava il suo cuore se non quando il dolore si
faceva tanto forte da non poterlo ignorare: allora si fermava e tendeva l’orecchio, cercava di captare
un segnale, una parola che venisse dall’uomo e le permettesse di metterlo a tacere ancora una volta,
quel cuore ribelle che si dimostrava più intelligente del suo cervello.
Ma parole, segnali, gesti, non ne arrivavano.
C’era solo una serie di manifestazioni di presenza, qualche parola qui, un cenno là.
La piccola donna continuò a vivere cercando di abituarsi all’assenza, contentandosi di immaginare
come sarebbe stato se… e quando…
Poi l’uomo grande smise di cercarla, non cercò più i suoi doni, forse non ne aveva più bisogno.
Lei resto lì, sconcertata prima, affranta poi. Sempre più piccola cercava di raccontarsi favole
bellissime per non pensare, per far sparire quel peso dal cuore.
Un giorno l’uomo grande ebbe nostalgia dei doni, forse perché aveva perso qualcosa, o qualcuno, e
pensò di rivolgersi di nuovo alla piccola donna e alla sua miniera d’amore. Ma la piccola donna non
c’era più: era sparita, forse fra le favole che aveva inventato. Oppure era partita per un lungo
viaggio, oppure era annegata nelle sue stesse lacrime: nessuno lo seppe mai.
L’uomo ne prese atto e non se ne preoccupò: c’era tanto da fare, da organizzare da discutere,
problemi importanti da risolvere, cose più serie che collezionare doni.
Uscì quindi dalla casa vuota della piccola donna con un’alzata di spalle e si fermò in un bar, a bere
qualcosa per scaldarsi. Aveva freddo.
Uscendo però, l’aria gli sembrò di colpo più calda, mentre camminava in quella fredda giornata
invernale. La piccola donna gli aveva fatto l’ultimo dono; consumata fino a confondersi con l’aria
aveva cercato nel suo cuore il calore per scaldarsi ed avvolgerlo ben bene in quel tepore perché non
prendesse freddo: era tanto sensibile ai mali di stagione.
