Caffè nero


Caffè nero

“Eccoti!”

I suoi occhi la spinsero via, come quando si vede un animale feroce da cui scappare; poi rientrò in sé e, tolto lo sguardo da lei, si alzò dalla poltrona e le sussurrò: “Finalmente, ho avuto paura che non venissi. Accomodati”.

Si sedettero insieme, ma lui era rimasto quasi sulle gambe per quanto era proteso verso di lei; Irene sprofondava sulla poltrona di velluto viola e si lasciava guardare da uomini presi da questioni legali, seduti vicino a loro.

Erano in una sala appartata di un noto caffè del centro, con il soffitto basso, quasi a sfiorare la moquette, e l’aria calda dei termosifoni schiacciata tra le finestre e la libreria in legno massello bianco.

“Dimmi cosa è successo?”

Ma lei continuava a muoversi sulla poltrona e a farsi guardare, lasciandosi scivolare il cappotto di lana bianco dalle spalle.

“Sono rimasto ore sul nostro letto, ho pianto, ho avuto paura che ti fosse successo qualcosa. Sentivo il tuo profumo sul cuscino e, ad un tratto, ho temuto di averti perso per sempre. Mi capisci?”

Gli uomini accanto a loro adesso lo guardarono e lei fece un cenno con gli occhi, come per fargli capire di abbassare la voce.

“Potevi avvertirmi.”

“Sono stati giorni difficili,” gli rispose, allisciandosi un braccio mentre con gli occhi tornava dagli uomini lì accanto.

Lui se ne accorse e si gettò all’indietro sulla poltrona; ebbe un sussulto, un gesto di stizza, poi protese le braccia verso di lei, si tirò su e, con voce adesso supplichevole, disse:

“Irene.”

Lei lo interruppe subito.

“Versami del tè.”

Poi, mentre lui le riempiva la tazza, proseguì: “Perdonami, caro, sono stati giorni difficili.”

“Ma ci rivedremo ancora, vero?” riprese lui, proiettandosi di nuovo verso di lei.

Irene prese la tazza e la avvicinò alla bocca quel tanto per colorarla con il rossetto, poi girò gli occhi ancora verso di loro, accavallando le gambe.

Lui si morse il labbro inferiore con una tale veemenza che assaporò il suo sangue.

Uno dei signori vicino a loro, quello con la mascella grande e gli occhi stretti, si rivolse a quello grassoccio accanto a lui.

“Non credo ne valga la pena.”

“Sei sicuro?”

“Purtroppo è proprio come sospettavamo.”

“Convochiamo il duca?” disse il piccoletto.

“No, sappiamo cosa dobbiamo fare.”

Il cameriere si fermò un attimo mentre finiva di sparecchiare il tavolo accanto, come se avesse capito qualcosa; poi prese l’ultimo piattino e tornò verso la cucina, sbattendo con la gamba contro una sedia. Cadde un cucchiaino: lo lasciò per terra.

I due uomini si guardarono sbigottiti; quello grassoccio iniziò ad agitarsi sulla poltrona, mentre sulla fronte gli si affacciavano delle goccioline di sudore.

Il piccoletto ebbe un sussulto, sembrò quasi scoppiare a ridere. Ma era un riso frenetico.

Occhi Stretti rimase impassibile.

La donna era rimasta con gli occhi sbarrati sulla poltrona; il cappotto la avvolgeva, ma era intriso di sangue. Sette coltellate gli avevano rotto il cuore ed Occhi Stretti aveva lasciato il coltello infilato sul suo petto; lei ora lo teneva tra l’indice e il medio.

Marlowe si avvicinò alla donna, osservò attentamente il coltello, spostò anche un pò la camicetta, sporcandosi le dita di sangue, che poi si pulì sulla poltrona.

“Certo, è molto strano: un omicidio su commissione in pieno centro e con queste modalità,” disse il poliziotto.

“Sembra un delitto passionale; non erano solo dei professionisti, o almeno l’omicida deve avere avuto altri motivi per finirla così.”

“Lo pensi davvero, Marlowe?”

“Ne sono certo.”

Buttò la cicca per terra, che era ormai spenta, e si avvicinò al bancone.

Allungò un braccio, prese una bottiglia di whisky e due bicchieri.

“Ne vuoi?”

“Era una gran bella donna.”

“Ghiaccio?”

“E doveva essere anche di gran classe, guarda le sue scarpe, Marlowe.”

Buttò giù un sorso, poi si avvicinò al poliziotto e gli allungò il bicchiere.

Fece scivolare un fiammifero sotto il tavolo e si accese una sigaretta.

“Ci vediamo.”

Il poliziotto rimase con il bicchiere in mano, mentre dalle scalette dell’ingresso scendevano correndo due poliziotti. Uno di loro si sbatté con Marlowe; lui si girò.

“Avete fretta.”

Il giovane poliziotto si girò verso di lui, accomodandosi il cappello sulla testa, e lo guardò perplesso.

“Ormai è morta,” gli sussurrò; poi sputò via il fumo e salì sugli scalini con passetti veloci.

Marlowe, Marlowe, non impari mai, pensò.

Tirò un’altra boccata di sigaretta ed uscì dal caffè. Fuori, le macchine della polizia ora erano tre.

Si fermò a guardare quello che stavano facendo; il poliziotto più giovane era intento ad isolare l’entrata con un nastro di plastica giallo. Si avvicinò a lui. No, poi pensò, sono ventiquattro ore che non dormi: questo caso lascialo a qualcun altro.

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