Il danno


Il danno

Rimasero fermi, vicini, uniti, come le ante della porta che li aveva visti entrare e uscire centinaia di volte e che ora era irrimediabilmente chiusa.

Il pianerottolo sembrava osservarli, loro non se ne curavano. La fronte di lui combaciava con quella di lei, statue, poggiate una sull’altra. Ed erano ferme, attaccate, per timore di far cadere il loro amore lì, su quel pavimento lucido.

Non si guardavano negli occhi. Il loro amore era ormai in gabbia, come quell’ascensore fermo lì accanto a loro.

“Ti prego lasciati guardare” gli disse, ma lui era così vicino che per lei era impossibile guardarlo. Continuava a stringersi il collo con la mano ma era lui che voleva trattenere.

Erano passati tre anni dal loro primo incontro. C’era stata la guerra e quel dolore dovevano cancellarlo, sì , tutto quell’orrore doveva essere inghiottito dalla terra e da lì rinascere la loro viva, inarrestabile passione.

I loro occhi si erano incontrati in un caffè a Parigi ed erano rimasti legati come da un elastico. Vennero poi giorni in cui non si sfiorarono, ma poi quell’elastico li riportava sempre vicini. E questo accadeva a giorni alterni sempre lì in quel caffè, sino a quando i giorni non furono più alterni, e non si persero più.

Un amore naturale, spontaneo, fisico, profondamente emotivo su cui costruirono le loro vite parallele.

“Per favore guardami!” sussurrò con un gemito.

Lui smise quasi di respirare, staccò la sua fronte da quella di lei e crollò tutto, per sempre.

Ogni colore su quel pianerottolo si sperse, le mattonelle sembravano muoversi, lei tremava tutta, l’ascensore no, sprofondava via; lui girò di scatto lo sguardo verso di lei per afferrarla tra le grate nere dell’ascensore, ma non fece in tempo.

Rimase incantata tra la rabbia e il dolore poi, con estrema cura aprì la porta di casa come se fosse l’ultima volta, vide la luce arancione del sole colpire il suo petto, le sue mani, la sentì sul viso. Le sembrò di sentire le sue dita sfiorarle le guance, allora si precipitò in camera da letto e si guardò allo specchio. Un angoscia gelida la assalì no, non è possibile, pensò, non può essere finito tutto.

Si avventò sulla finestra, lo cercò nella via, eccolo, eccolo. Era in fondo alla strada, il marciapiede era finito, e lui stava per girare nella via grande, ma si fermò, alzò la testa , sembrava la stesse cercando, furono pochi ed eterni istanti, poi sparì, e fu il nulla.

La riflessione del giorno ce la regala Simone Tempia.
L’ottimismo non è nel bicchiere, ma dentro di noi.
Bisogna solo imparare a brindare. 🥂

“C’è qualcosa che la preoccupa, sir?”
“Vorrei essere più ottimista e non vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, Lloyd”
“In realtà, sir, i veri ottimisti non sono coloro che vedono i bicchieri mezzi vuoti o mezzi pieni”
“E allora chi sono?”
“Sono coloro che sanno che la metà che manca è dentro di loro, sir”
“Bisogna lavorare sui brindisi, Lloyd”
“Decisamente, sir”

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