Ritrovarsi


Ritrovarsi

Pioveva. Era una pioggia costante e leggera. Sono certa che non avrei aperto l’ombrello neanche se lo avessi avuto con me. Camminavo senza una meta su un marciapiede ormai bagnato, mentre ascoltavo quella inaspettata inquietudine che si impossessava di me con lo stesso ritmo della pioggia.

Tutto ciò che mi circondava, e che credevo di conoscere, improvvisamente, assumeva un nuovo aspetto; era come se i miei occhi riuscissero a mettere a fuoco qualcosa che da tempo era stato offuscato al mio sguardo. Ascoltai quelle mie nuove emozioni, prepotenti e sconosciute, o forse dimenticate, ed ebbi voglia di piangere, ma non avevo ancora quella forza e lasciai che la pioggia lo facesse per me. Mi sentivo svuotata ma, allo stesso tempo, consapevole che quella sensazione mi avrebbe condotto da qualche parte: dovevo seguirla!

Una giovane donna, incurante della pioggia, tentava, con tenacia, senza arrendersi, di montare quella specie di impermeabile fatto apposta per i passeggini. Mi rividi in lei, nel suo amore materno, e avrei voluto aiutarla ma, anch’io, nonostante i miei numerosi tentativi negli anni, non ero mai stata in grado di montarlo nel modo corretto e così proseguii in quel mio cammino senza una meta conosciuta.

Un uomo, molto elegante, riparato scrupolosamente sotto un grande ombrello nero, perfettamente abbinato al suo abbigliamento formale, mi si affiancò e, concitato, puntando il dito sul suo orologio, mi chiese:“Che ore sono?” Era buffo che lo chiedesse proprio a me che, quel giorno, avevo scelto di non mettermelo, l’orologio. Presi il mio cellulare:“Sono le 17:00”.

Rimisi il telefono in tasca per evitare che si bagnasse ma l’uomo, con atteggiamento ansioso e allo stesso tempo seccato, mi chiese ancora:“Le diciassette e quanti minuti?” Ripresi il mio cellulare aspettandomi invano che lo chiedesse per favore o quantomeno cercasse di coprirmi un pò con il suo ombrello. “Le diciassette e otto minuti per l’esattezza…va meglio ora?” Provai a ironizzare e gli regalai un sorriso pensando che quell’uomo nonostante tutto, forse, ne aveva bisogno; magari era solo perché desideravo io stessa riceverne uno in cambio. Non raccolse il mio sorriso e se ne andò senza dirmi niente.

In un altro momento, quel suo modo di fare, mi avrebbe fatto innervosire; mi fermai invece a pensare al motivo per il quale potevano essere così importanti anche solo otto minuti. Nel mio lavoro, ad esempio, si richiedono riscontri in tempi molto stretti e ogni singolo sforzo, ogni singolo minuto non può essere sprecato. Ma i miei pensieri non si accomodavano alla prima risposta.

Dopotutto, non gli avrebbe tolto del tempo coprirmi dalla pioggia mentre gli dicevo che ora era! Quanto tempo poteva richiedere, esattamente, farmi un sorriso? Valutai che otto minuti potevano essere un ritardo ragionevole ma allo stesso tempo un’attesa straziante. Valutai i minuti a cui prima non davo nessuna importanza. Quanto tempo richiede prendersi cura di sé? Mi bastavano pochi minuti al giorno per cambiare qualcosa nella mia vita!

Riguardai il cellulare: erano le 17:13. In soli cinque minuti avevo trovato una risposta. Otto minuti sarebbero stati anche troppi. I miei occhi adesso vedevano sempre più nitido: dove ero io? Dove avevo lasciato le mie passioni? Dovevo ritrovarmi ma ancora quel cammino non sembrava volermi svelare dove, da lì a pochi minuti, mi avrebbe condotta: mi porgeva solo domande a cui non riuscivo a trovare risposte.

Intanto intorno a me incontravo solo persone che si muovevano frettolose e infastidite da quella pioggia che continuava a cadere incessante. I miei occhi non si fermavano, alla ricerca di qualcosa, qualcuno…

Vidi un gruppo di persone che parlavano tra loro. Erano fermi o, meglio, i loro movimenti erano più morbidi. Dovevo andare lì a vedere e mi avvicinai. Mi misi ad osservare una vetrina di piante, in realtà finsi di farlo, perché con le piante non sono mai stata brava. Nel riflesso di quel vetro, potevo osservarli senza dare troppo nell’occhio.

Erano persone così diverse tra loro, sia nell’abbigliamento che per età; eppure, si respirava tra loro una sintonia e un’armonia che profumava di buono. Alcuni di loro tenevano tra le mani un libro, piccolo, di poche pagine e con la copertina azzurra. I loro volti erano rilassati e sorridenti. Quel libro doveva essere speciale: una donna lo teneva come fosse una preziosa pochette, un’altra ce l’aveva, invece, tra le mani, le braccia distese davanti a sé; un signore, che forse stava andando via, lo tratteneva tra il mento e il collo mentre si infilava il casco della moto.

Non riuscivo a leggere il titolo: provai a infilare anche gli occhiali, ma niente. Se solo fossi stata meno timida avrei potuto chiederlo direttamente a loro e non ci sarebbe stato niente di male. Ecco cosa li legava: un libro!

Mi accorsi di essere osservata dal commesso del negozio di piante; sicuramente da dentro non riusciva a capire cosa stessi guardando con tanta insistenza. Mi dovevo allontanare: avevo perso la mia postazione.

Passai accanto a quel gruppo di persone e vidi alle loro spalle l’insegna di una libreria: Eli, eventi libri, idee. Era lì che dovevo entrare! Percorsi la discesa che conduceva all’ingresso e, non so perché, mi sentii emozionata nel farlo.

Entrai e mi accolsero con un bel sorriso di benvenuto, il sorriso che stavo cercando. “Buonasera” mi disse il giovane dietro al bancone sorridendomi. Ricambiai il sorriso senza sforzo ma con spontaneità e per il piacere di farlo. “È la prima volta che viene?”, aggiunse poi: sicuramente aveva notato il mio sguardo incantato. “Si”.

“Le presento il fondatore di questa libreria: Marcello!” aggiunse indicando il bell’uomo con i capelli grigi che in piedi un pò più in là ci osservava con aria cordiale. Allungai la mano per presentarmi e mi sentii tanto lusingata quanto imbarazzata da non riuscire a dire nient’altro che:“Piacere di conoscerla”. Che delicatezze e che accoglienza per una sconosciuta come me: ne rimasi colpita.

Mi invitò ad entrare e a muovermi liberamente in libreria, perché quello spazio meritava di essere visitato tutto, ogni singola stanza. Lo ringraziai per la sua ospitalità. Risentii in quel posto il profumo della mia passione, ma questo non glielo dissi subito.

Quel luogo era stupendo, così caldo e accogliente. Non era una libreria qualunque ma anche un luogo di incontri culturali viste le ampie sale: c’erano sedie, poltrone, un proiettore, fotografie artistiche affisse al muro e una sala di degustazione con vini pregiati e botti in legno.

Pensavo che fosse possibile dimenticarsi di un amore ma mi resi conto che, in realtà, io non lo avevo mai fatto. Tutto, adesso, mi era più chiaro: quel senso di vuoto e quell’inquietudine si stavano affievolendo e mi tornavano in mente dei versi di mie poesie scritti a penna su qualche foglio e poi abbandonate chissà dove.

Con una curiosità irrefrenabile presi a sbirciare tra gli scaffali e, più lo facevo, più sentivo l’esigenza di portarmi a casa qualcosa di quel posto: un bel libro. Avrei potuto chiedere consiglio ma non volli farlo perché quel giorno il mio istinto era stato bravissimo nel guidarmi e così andai avanti nel seguirlo.

Avevo bisogno di un libro… non sapevo quale… ne presi uno a caso e senza leggere il titolo e l’autore, lo aprii e mi misi a scorrere le prime righe:

“Aveva smesso di piovere già da un pò.
L’uomo se ne stava in piedi davanti alla finestra con le mani in tasca; guardava, attraverso la tenda leggera, la distesa di barche accasciate su un fianco in attesa che l’alta marea ridesse loro l’aspetto composto e sereno di quando beccheggiano dolcemente in rada.”

Mi sentivo come quelle barche e pensai che anche per me poteva esserci una “alta marea in arrivo.” Quanto ne avevo bisogno!

Chiusi il libro per leggerne il titolo:“Quando il mare ritorna” di Rocco Ruggiero. Lo riaprii per leggere la trama: “…lo sciabordio delle onde torna ad accompagnare il silenzio della notte ma tu ormai hai visto che cosa quel mare tranquillo copre allo sguardo”.

Quel libro mi apparteneva, dovevo acquistarlo, e lo presi in braccio, come fosse il mio bambino, per portarlo via con me.

Non serviva più piangere: il mio viso si era disteso e le lacrime, che avevo trattenuto, erano scivolate giù, dentro di me, trasformandosi in un sorriso.

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