Chignon
Ogni pomeriggio, mia madre veniva a prendermi a scuola. Era il nostro momento, quello in cui il mondo sembrava rallentare, almeno per me. Camminavo piano, con il passo leggero di chi è felice,e accanto a lei mi sentivo al sicuro, come se nulla potesse mai succedermi.
Mia madre non sapeva camminare piano. Metteva il “turbo” in tutto quel che faceva: nel modo in cui parlava, nel modo in cui cucinava, nel modo in cui viveva. Sembrava sempre inseguire qualcosa, come se il tempo le scivolasse tra le dita e lei dovesse continuamente rincorrerlo. Era fatta così: era il suo carattere.
Anche quel giorno aveva fretta, sebbene non ci fosse nulla di urgente. Mi salutò “di corsa”, mi mise lo zaino sulle spalle e partì con il suo passo deciso. Io, dietro di lei, arrancavo.
«Mamma, aspettami!».
Quando dicevo così si fermava, mi lanciava u o sguardo tenero, mi dava un bacio sulla fronte e per un po’ rallentava. In quei momenti parlavamo del più e del meno, delle maestre, dei compiti, delle mie compagne di classe. Ma bastava poco, un pensiero, un lampo nella mente, e di nuovo il suo passo accelerava. Io restavo qualche metro indietro, alzavo le braccia al cielo, e poi correvo per raggiungerla. Non potevo far altro che accettarla così, con il suo ritmo instancabile, con la sua corsa continua dentro la vita.
Anche se non lo diceva mai, sapevo però che ogni suo passo affrettato era solo un modo diverso per amarmi, di tenermi al sicuro con quella sua sfrenata velocità di vivere.
Quel giorno, però, la sua fretta non le fece vedere il gesto spiacevole che io subii, proprio dietro le sue spalle, mentre aveva appena aperto la porta dell’androne.
Chi era quella signora dal cappotto grigio elegante e dalle scarpe classiche col tacco, che fu tanto crudele con me?
Ero solo una bambina di sei anni, con la divisa di scuola e lo zaino sulle spalle, dopotutto! Mia madre diceva a tutti che ero buona, ero come una bambola: mi facevo mettere addosso tutto senza lamentarmi. Ed era vero. L’unica cosa che pretendevo erano i capelli lunghi, e, lei per prima, se ne prendeva molta cura.
Dopo averli lavati me li spazzolava sempre con il phon per farli diventare lisci, come piacevano a me.
La divisa di scuola era davvero scomoda: camicetta bianca con il colletto di merletto, gonnellina a pieghe, scozzese, di lana, fermata davanti da una grande spilla da balia -che a sei anni mi sembrava enorme – calze bianche e scarpe alla bebé.
Per fortuna mia madre mi metteva le calze lunghe di filanca: almeno evitavo quel fastidioso prurito che quella lana doppia procurava sulle gambe!
Anche quella donna sconosciuta, alta, di mezza età e dal viso ingrugnito, aveva un cappotto di lana: pensai che forse anche lei poteva sentire il mio stesso fastidio.
Appena mamma aprì il portoncino, la donna si precipitò, passandomi davanti per entrare.
«Ahia!» dissi debolmente, sentendo tirare i miei capelli. Una mia ciocca, nel passaggio di quella donna, si era arrotolata intorno al bottone del suo cappotto.
La donna si voltò con aria severa e infastidita, come se fossi colpevole del misfatto. Strappò violentemente la ciocca dal suo bottone e se ne andò senza dire una parola.
Mi sentii colpevole, anche se sapevo di non esserlo. Non ero mai stata trattata da un adulto in modo così ingiusto e cattivo. Non ebbi neppure il coraggio di dirlo a mia madre, che non si era accorta di nulla. Mi batteva forte il cuore e contavo i passi che mancavano per entrare in casa.
Andai subito nella mia stanza, con la scusa di mettere a posto lo zaino; mi sedetti sul letto e trovai il coraggio di toccarmi i capelli, per accertarmi che il danno non fosse grave.
Mi chiesi se mamma, al saggio di danza, sarebbe riuscita comunque a farmi un bello chignon, anche se parte dei miei capelli erano rimasti sul cappotto di quella signora.
Poi, guardandomi allo specchio, pensai che forse un piccolo ciuffo mancante non avrebbe cambiato niente.
Mamma sarebbe riuscita ad acconciare i miei capelli come sempre, con le sue dita veloci e sicure e lo chignon sarebbe venuto perfetto; non avrei più lamentato il dolore per le sue manovre.
Anche le forcine mi sarebbero sembrate meno fastidiose!
